venerdì 25 dicembre 2009

Positive vibration!

È Natale e nella mente i pensieri si fanno nitidi e, soprattutto, positivi. A Natale tutto è possibile e così, per essere solare, sereno e speranzoso, mi viene da pensare al declino dell’umanità. Sdrammatizziamo.



Ci hanno fatto sapere che tutto é possibile. Invece non è possibile proprio niente. Il destino dell’uomo è segnato e l’impossibile trionfa. Impossibile salvarsi, la nostra civiltà sta distruggendosi e condurrà alla distruzione anche le altre civiltà e tutti coloro che ciecamente ci seguono verso il buio. E troppo tardi. Impossibile controllare le leggi della natura che, immodificabili ed inumane, parlano chiaro. Così non si può andare avanti. Ma non si può neanche cambiare e tornare indietro. Ma dicono che tutto è comunque possibile.
“Yes we can”, si diceva qualche mese fa, colorando l’umanità di un avvenire migliore rispetto al grigio medioevo culturale dell’ultimo decennio. Invece non possiamo proprio niente. L’uomo, l’ultimo animale comparso su terra, il primo ad usare il cervello cercando di sottomettere le forze della natura, è condannato. La fisica, la chimica e la biologia si sono coalizzate contro l’uomo e contro la sua superbia. Ma l’uomo, testardo e spacciato, se ne frega e pensa ad altre scienze. Siamo una bomba ad orologeria e il conto alla rovescia è già cominciato. Resta solo da scoprire quando esploderà tutto: fra dieci, cinquanta o cento anni..
Per cui, che ci preoccupiamo a fare? Che organizziamo a fare convegni e convegnetti sui problemi del mondo, sulla fame, sull’ambiente o sulle foche canadesi? Sappiamo benissimo che nessuno sarà in grado di dissuadere i vizi dell’umanità. O perlomeno di frenarli imponendo regole, sanzioni, cambiamenti drastici al nostro modo di pensare, agire, governare, produrre e consumare. Siamo niente. Godiamoci gli ultimi sprazzi di gioia della specie uomo sul pianeta blu. Leggiamo un buon libro, fumiamoci una canna, amiamo una donna (o un uomo), ascoltiamo un disco, magari “this is the end” dei Doors. Loro lo avevano previsto. Siamo già morti, e molti di noi ancora non lo sanno! Ma non preoccupiamoci, dopo l’uomo altre specie sopravvivranno: qualche mollusco, un paio di specie unicellulari, spugne, seppie, funghi e forse anche i granchi ce la faranno. A loro l’onere di rappresentare il pianeta Terra nell’Universo.

La redazione e i collaboratori dell'era dell'eresia augurano buon natale a tutti.Che le vibrazioni siano positive. La vita continua, sono tutte fandonie.

domenica 20 dicembre 2009

COP15: una cornice senza quadro.



A Copenaghen non ci sarà la solita foto di gruppo. I 30 000 accreditati al Bella Centre, il centro congressuale della capitale danese, semplicemente non possono essere immortalati in un unico scatto. A Copenaghen non ci sarà niente. L’atteso vertice, il più importante dai tempi di Yalta (qualcuno diceva), è stato l’ennesimo atto farsa della tragicommedia degli incontri internazionali. Ci si aspettava un trattato (come a Kyoto) che imponesse un minimo di vincoli e sanzioni. Invece niente, nessun obbligo e nessuna novità. Uno striminzito accordo di 12 punti. C’è chi parla addirittura di truffa.

Unico fatto importante, l’intesa è stata proposta e firmata dai principali inquinatori: USA, Cina, Europa, India, Giappone, ecc. Ma si tratta solo di un’importanza simbolica, una dichiarazione di intenti presa per mascherare un fallimento che sarebbe stato mediaticamente controproducente. Un accordo stabilito in extremis da USA, Cina, India Brasile e Sudafrica (gruppo Basic) e appoggiato per misericordia diplomatica da Europa e Giappone, tenuti in disparte dalle negoziazioni. In concreto ci si limita a dichiarare che la temperatura media della Terra non deve aumentare di più di quei 2°C che gli scienziati considerano come soglia limite per evitare la catastrofe.

Come fare però a fermare questo riscaldamento? Per farlo bisogna ridurre, entro il 2050, del 50% le emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990. I paesi emergenti però non vogliono frenare il loro sviluppo se i paesi ricchi non tagliano da subito, e almeno del 25%, le loro emissioni. Nessuno ci sta, così nel testo non figura nemmeno una percentuale di riduzione.
Ricorda molto la storiella del “non è compito mio”. Era il vertice dove ognuno avrebbe dovuto concedere qualcosa. Invece nessuno ha fatto ciò che ognuno avrebbe potuto fare e ciascuno incolpa qualcuno del fallimento. Nessuno si vuole piegare e nessuno ha messo l’accento sull’insostenibilità del sistema economico. Nessun vincolo nemmeno per le industrie, nessun accenno alle energie alternative, nessun accenno all’agricoltura industriale (17/32 % delle emissioni globali).

Stanziati 30 miliardi per i prossimi 3 anni per aiutare i paesi più poveri ad affrontare le problematiche ambientali. Meno di un decimo di quanto richiesto dai paesi del G77 qualche giorno fa. Ci sarà inoltre un apposito fondo ONU che disporrà, entro il 2020, di 100 miliardi annui destinati sempre ai paesi poveri e finanziati da fonti pubbliche e private. Per salvare il gruppo assicurativo AIG il governo statunitense ha elargito 170 miliardi di dollari.

Dal punto di vista dei negoziati alcuni osservatori sono preoccupati da un sistema più simile a quello dell’OMC dove gruppi informali di pochi decidono a nome di tutti. L’accordo è stato preso in un meeting all’ultimo minuto tra Stati Uniti e il gruppo Basic. A gli altri Stati la scelta di aderirvi o meno.

In sostanza, l’accordo è una cornice senza quadro. Come al vertice Fao di Roma di qualche settimana fa. Il dipinto è tenuto in cassaforte in altra sede diplomatica. Gli accordi dell’OMC (il quadro) continueranno ad essere vincolanti mentre i pochi impegni presi in Danimarca (la cornice) sono l’ennesima favoletta a cui nessuno crede più. Gli accordi del OMC, fortemente vincolanti, non toccano il problema del cambiamento climatico ma ne sono direttamente responsabili. Il 21.5% delle emissioni di Co2 è legato al commercio internazionale, che andrebbe quindi frenato favorendo per esempio gli scambi locali. L’incongruenza è quindi ovvia. Le scelte si fanno a Ginevra, alla sede OMC, nei suoi corridori, nei meandri dell’informalità politica.

A Copenaghen si è solo contribuito ad aumentare il riscaldamento climatico. La macchina organizzativa della conferenza ha emesso più CO2 che quanto ne emette annualmente un paese come il Marocco. Se tutti stavano a casa era quindi meglio.

Riferimenti bibliografici:

http://unfccc.int/resource/docs/2009/cop15/eng/l07.pdf
http://en.cop15.dk/news/view+news?newsid=3070
http://www.faircoop.net/faircoop/images/Pdf/Wto_e_emissioni_darci_un_taglio_si_pu.pdf
http://www.gennarocarotenuto.it/11893-copenhagen-la-stoltezza-delloccidente-e-la-saggezza-dellinnominabile/#more-11893
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Un-accordo-di-pochi-che-colpisce-tutti

lunedì 14 dicembre 2009

Da Seattle a Copenaghen, tra OMC e ONU, tra commercio e ambiente !



In questi giorni giorni, a inizio dicembre a Ginevra poi a Copenaghen, si svolgono due importanti incontri internazionali: la settima conferenza ministeriale dell’OMC e la Conferenza della Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Questi due eventi cadono in un anniversario particolare: i dieci anni del vertice di Seattle.
Seattle fu un punto di svolta importante. Da un lato un fallimento politico: le fratture tra USA e Europa, tra Nord e Sud misero in evidenza le diverse concezioni di intendere la globalizzazione economica. Dall’altro le proteste che caratterizzarono le giornate dell’incontro ministeriale, contribuirono ad arricchire il dibattito sulla globalizzazione economica. Da allora fu chiaro che le questioni commerciali non avrebbero più potuto essere distinte da quelle ambientali e sociali. Malgrado fondamentalmente si occupino delle stesse tematiche (economia e quindi ambiente; ambiente e quindi economia), il sistema dell’OMC e quello dell’ONU (a cui si riferisce il vertice di Copenaghen) sono due regimi internazionali diversi. Da Seattle a Copenaghen, tra salvaguardia dell’ambiente e libero commercio, tra OMC e ONU, qualche considerazione sulla governance internazionale.

Seattle: un fallimento politico
Dal 30 novembre al 4 dicembre 1999 si tenne a Seattle la terza conferenza ministeriale dell’OMC. Quattro anni dopo la sua creazione, tremila delegati dei 135 paesi allora membri dell’organizzazione si trovarono nella città del grunge per avviare un nuovo ciclo di negoziazioni: il Millenium Round. L’obiettivo dell’incontro era quello di proseguire la strada della liberalizzazione del commercio mondiale stabilita dall’accordo di Marakkesh, che di fatto istituì l’OMC.
In gioco vi era la volontà dei paesi ricchi di ridisegnare i rapporti commerciali internazionali, stabilendo nuove regole che liberalizzassero gli scambi, soprattutto per ciò che concerne i prodotti agricoli e i servizi. Questa visione del commercio internazionale si scontrò fortemente con quella preconizzata dagli stati del Sud del mondo, stufi di soccombere ai dictat nord americani ed europei.
Da un punto di vista politico la conferenza di Seattle si chiuse con un fallimento. Il messaggio secondo cui la liberalizzazione degli scambi avrebbe permesso lo sviluppo dei paesi più poveri non passò. Per la prima volta i paesi del Sud, compatti, usarono a proprio vantaggio la regola del consenso. Questa prevede che si arrivi ad una decisione consensuale che non sia solo l’espressione della maggioranza, ma che integri anche i pareri della minoranza. In pratica, nessun stato membro dell’OMC deve considerare una decisione talmente inaccettabile da obiettarvi, come fu invece il caso a Seattle .
Inoltre la dura disputa tra Unione Europea e Stati Uniti sulla questione degli organismi geneticamente modificati e la spinosa problematica dei prodotti agricoli, contribuirono al fallimento del vertice. Europa contro USA, Sud contro Nord, ognuno con le proprie visioni, i propri interessi da difendere, il vertice di Seattle si tramutò in un tutti contro tutti e si chiuse con un nulla di fatto.

Le proteste: il popolo di Seattle
Il fallimento del vertice é dovuto principalmente alle debolezze della stessa OMC. Tuttavia la conferenza ministeriale fece fiasco anche a causa delle manifestazioni di protesta di decine di migliaia di persone, appartenenti a organizzazioni non governative, sindacati e movimenti cittadini, accorse a Seattle per protestare contro gli estremismi liberisti dell’OMC. Cittadini che sentivano di perdere progressivamente il proprio potere di controllo politico, a vantaggio di un mondo economico e finanziario che imponeva la regola dell’assenza di regole, sfruttava persone e distruggeva l’ambiente. Era un periodo, la fine degli anni 90, caratterizzato dalla caduta delle barriere economiche, dal rafforzamento del potere delle imprese multinazionali, dalla creazione di nuovi soggetti politici internazionali (OMC, UE, ecc.), dalla presa di coscienza sulle problematiche ambientali e dalla crisi dello stato sociale. Cinquantamila persone, chi dice centomila, si ritrovarono in una protesta collettiva fino a qualche mese prima impensabile, la più grande manifestazione di protesta su suolo statunitense dai tempi della guerra in Vietnam.
Da allora nacque la definizione di “popolo di Seattle”. Un variegato ed eterogeneo movimento internazionale, composto da studenti, lavoratori, ambientalisti, anarchici, cattolici, ecc., chiamato spesso, e a torto, “movimento antiglobalizzazione”. Malgrado le differenti anime presenti nel movimento esso ha effettivamente come obiettivo comune la battaglia contro la globalizzazione, ma quella dei mercati imposta dall’OMC. Una globalizzazione che non tiene conto di problematiche ambientali e sociali, una globalizzazione con molti vinti e pochi vincitori, soprattutto nei paesi poveri.
Da allora, il popolo di Seattle si ritrova così ad ogni incontro tra i grandi del mondo (G8, incontri del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’OMC, WEF, ecc.). Purtroppo, spesso e volentieri, le manifestazioni pacifiche sono state funestate da episodi violenti, causati da una minoranza furiosa di manifestanti (o di infiltrati?), che hanno distolto gli occhi dell’opinione pubblica dai messaggi portati avanti dalla maggioranza dei manifestanti (Genova 2001; Evian 2003).
Malgrado ciò, Seattle è ricordata perché fu “la scintilla che fece dilagare ovunque il movimento contro le multinazionali” . Personaggi allora sconosciuti ai più, come il contadino francese José Bové, la scrittrice e saggista canadese Naomi Klein, l’ONG Attac, ecc., diventano i simboli di questa battaglia internazionale contro le regole neoliberiste dell’OMC, accusate di favorire le multinazionali occidentali a discapito della salvaguardia dell’ambiente e dello sviluppo dei paesi del sud del mondo. Argomenti come il commercio locale, la tassazione delle transazioni finanziarie, il potere delle multinazionali, i brevetti e le biotecnologie, lo stesso termine globalizzazione diventano, dopo Seattle, parte importante dei discorsi e dell’agenda politica internazionale.

La governance mondiale tra commercio e ambiente
Il vertice di Seattle e le proteste che ne conseguirono misero in evidenza due importanti fattori. Il primo riguardava l’inadeguatezza e la legittimità dei negoziati internazionali in seno all’OMC. Il secondo metteva in rilievo il fatto che la liberalizzazione economica debba tener conto di altri fattori come quello della salvaguardia dell’ambiente e dello sviluppo dei paesi più poveri.
Dopo il vertice statunitense, la conferenza ministeriale di Cancun del 2003 si chiuse pure con un fallimento, mentre il round negoziale lanciato a Doha nel novembre 2001 presentò fasi assai conflittuali senza che, ancora oggi, nonostante i ripetuti incontri, si sia arrivati ad un accordo finale.
Da Seattle in poi si impone chiaramente la questione di una migliore governance mondiale degli scambi commerciali. Dieci anni dopo quel vertice la questione dell’efficacia e della legittimità del OMC è sempre presente. Su iniziativa della Svizzera e di altri pesi in questi giorni a Ginevra, oltre ad affrontare il ruolo dell’OMC nell’attuale contesto economico, si discuterà anche sull’istituzione in seno all’organizzazione di “una piattaforma di discussione che dovrà servire a migliorarne il funzionamento, l’efficienza e la trasparenza” .
Le proteste di Seattle misero in evidenza il fatto che la globalizzazione economica imposta dalle regole dell’OMC è causa dei gravi danni ambientali e sociali di cui siamo ogni giorno più consapevoli. Si è arrivati ad una maggior consapevolezza che i fenomeni economici e le principali problematiche che toccano il pianeta - il surriscaldamento climatico, la crisi alimentare, la necessità di trovare fonti energetiche alternative - sono profondamente collegate tra loro. Come indicato dal comunicato stampa della delegazione svizzera che parteciperà alla conferenza di Ginevra, si impone “una maggiore coerenza tra la politica commerciale, ambientale e sociale e una migliore collaborazione tra le organizzazioni internazionali specializzate in questi settori politici” . Vedremo se ci sarà coerenza: la conferenza ministeriale dell’OMC cade in effetti pochi giorni prima dell’atteso vertice delle Nazioni Unite sul clima di Copenaghen, destinato a sostituire il protocollo di Kyoto. Secondo le parole del ministro Leuthard, se la Svizzera si adopererà “per far sì che l'OMC assuma un ruolo costruttivo nella lotta contro il riscaldamento climatico” , questo deve inevitabilmente passare da una maggiore collaborazione tra le varie istanze internazionali.
Il problema rimane a questo punto la differenza tra il regime dell’OMC e quello dell’ONU. Gli accordi presi in seno all’OMC sono vincolanti. Non esiste nessun altra istituzione internazionale che dispone di mezzi giuridici e giudiziari così vincolanti da imporre la realizzazione dei suoi scopi. Uno stato può ricorrere contro un altro se considera che questo violi gli accordi stabiliti. Un organo di risoluzione dei differendi (ORD) giudicherà il caso e potrà imporre delle sanzioni, anche economiche, alla parte in causa. Ciò non avviene nei trattati dell’ONU, dove le parti si impegnano a rispettare gli accordi stabiliti senza essere vincolati da sanzioni economiche. A differenza degli accordi presi in seno all’OMC, ciò che verrà deciso a Copenaghen non avrà effetti così vincolanti. Come spiega De Senarclens, professore di relazioni internazionali all’università di Losanna: “in linea di principio, la protezione dell’ambiente, il rispetto dei diritti umani e dei diritti sociali, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, sono subordinati al rispetto delle obbligazioni prese in seno all’OMC” .
E un dato di fatto che la situazione climatica attuale sia dovuta al nostro sistema economico ed è favorita dalle regole liberiste dell’OMC. La crisi climatica si scontra quindi con le regole del mercato, per cui è difficile capire come delle pratiche economiche più favorevoli all’ambiente, ad esempio lo sviluppo del commercio e dell’agricoltura locale, si possano conciliare con le regole dell’OMC che puntano esclusivamente sul mercato globale. Ci si deve quindi chiedere se l’OMC abbia il diritto ad un tale potere nel gestire delle problematiche da cui dipende il futuro del pianeta.


1999-2009: un esame di maturità
Sono passati dieci anni da Seattle. La storia è cambiata, l’economia ha subito la più grave crisi degli ultimi 80 anni, l’ambiente sta sempre peggio e la politica se ne deve occupare sempre di più. Comunque vada a Copenaghen si potrà constatare se gli organismi internazionali hanno passato l’esame di maturità. Da un lato se è cambiato qualcosa all’interno degli organismi internazionali, dall’altro si potrà anche vedere come è maturato quel popolo di Seattle che anche in Danimarca farà sentire la propria voce.
Per il movimento di protesta l’esame di maturità avverrà se da un lato riuscirà ad isolare la minoranza violenta, senza che ciò implichi l’abbandono di tecniche di disobbedienza civile e se d’altro canto, come afferma Naomi Klein, si riuscirà da un punto di vista politico a “tenere conto degli errori commessi” . Il movimento è stato spesso criticato per il fatto che al lungo elenco di critiche alla globalizzazione non hanno mai fatto seguito delle alternative concrete. A Copenaghen, focalizzandosi esclusivamente sulla tematica ambientale, la coalizione dei movimenti scaturiti da Seattle ha la possibilità “di imbastire un coerente modus operandi d’insieme sulle cause e sui rimedi che coinvolge in teoria ogni questione riguardante il pianeta” . L’obiettivo è quello di inserire nel protocollo quelle proposte concrete che il movimento propone da anni: un’agricoltura locale e sostenibile, dei progetti di impianti energetici di piccole dimensioni e decentralizzati, il rispetto per il diritto alla terra delle popolazioni indigene, il finanziamento di queste trasformazioni con tasse sulle transazioni finanziarie e la cancellazione dei debiti dei paesi poveri.
Per quanto riguarda le negoziazioni politiche l’attenzione, anche mediatica, sarà puntata verso il vertice di Copenaghen. L’incontro di Ginevra è una conferenza di routine, per cui non ci si deve aspettare niente di eclatante. Per il vertice danese invece l’attesa è enorme . Vedremo se si assisterà, ancora una volta, ad uno scontro tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo che si vogliono sviluppare, vedremo se Stati Uniti, UE e Cina, i grandi inquinatori del pianeta, saranno in grado di scendere a compromessi. Vedremo se si riuscirà a ripensare ad un economia che tenga maggiormente in considerazione le problematiche ambientali, creando una sorta di “giustizia climatica” che incentivi per esempio le energie alternative e penalizzi l’uso dei combustibili fossili. Ciò dimostrerebbe una maggior maturità della politica internazionale. Un passo avanti rispetto a Seattle, ma anche rispetto a Kyoto. Non solo parole, ma anche azione concrete. Vedremo se, a differenza di Seattle (e a differenza di un Doha Round ancora bloccato), a Copenaghen i vari interessi mondiali in gioco riusciranno ad accordarsi per stabilire un protocollo climatico all’altezza della drammatica situazione che si è costretti ad affrontare. E una corsa contro il tempo: urge un protocollo forte, firmato, ratificato e rispettato da tutti.
Tuttavia anche se l’eventuale Protocollo di Copenaghen sarà un accordo importante, decisivo, bisognerà aspettare e sperare che questo sia rispettato. L’impegno preso nella capitale danese sarà, comunque vada, succube del regime dell’OMC che è più coercitivo e molto meno focalizzato sulle conseguenze ambientali delle attività economiche transnazionali. In ultima analisi, a mio avviso, il problema fondamentale resta la disparità tra questi due regimi internazionali. Questioni di priorità: commercio e ambiente o ambiente e commercio? E questo il dilemma.

lunedì 7 dicembre 2009

L'assassino silenzioso!



Il 10 dicembre si apre a Torino il processo eternit. Il primo processo penale al mondo per la strage dell’amianto. Con 2889 parti lese é il secondo più grande processo per reati ambientali d’Europa, dopo quello relativo alla strage di Bhopal in India. Sul banco degli imputati il miliardario svizzero (aimè) Stephan Schmideiny e il barone belga Louis de Cartier de Marchienne, proprietari, in diversi periodi della loro storia, di Eternit, il gruppo che lavorava amianto in Italia. I due sono accusati di disastro doloso e di omissione dolosa di controlli antinfortunistici. In pratica sapevano della pericolosità dell’amianto e non hanno fatto nulla per evitare le morti. Per prolungare l’attività dello stabilimento piemontese (e quindi dei suoi profitti) si omettevano i dati sulla pericolosità a lungo termine di questa fibra. Lo stato italiano è a sua volta sul banco degli imputati, accusato di non avere rispettato le sue stesse leggi. Se ci fossero stati i controlli il disastro forse sarebbe stato evitato.

Una polvere terribile quella dell’amianto, una polvere che, se respirata, provoca l’asbestosi (l’amianto è anche detto asbesto) e tumori a polmoni (mesotelioma) e bronchi. La fibra d’amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano e non esiste in teoria una soglia di rischio al di sotto della quale la sua concentrazione nell'aria non sia pericolosa. La fibra d’amianto è pericolosa e basta. L’amianto è morte. Le malattie legate all’amianto non si possono curare. Si può prolungare la vita, ma d’amianto si crepa.

Dal punto di vista industriale fino agli anni 80 si utilizzava l’amianto soprattutto per produrre la miscela cemento-amianto, che non è altro che l’eternit. Questo serviva per materiali edilizi (tegole, pavimenti, ecc.), la coibentazione di edifici e tetti (ma anche navi, treni, ecc.). Le tute dei vigili del fuoco erano anche fatte in amianto. Infatti l’amianto è ignifugo.

Già nel 1943 la Germania nazista riconobbe la natura cancerogena dell’amianto e risarcì i lavoratori danneggiati. Il rapporto diretto tra amianto e tumori fu già allora dimostrato. Dagli anni 60 la comunità scientifica sa che l’amianto fa male, dagli anni settanta si sa che lavorare l’amianto può costare la vita. Tuttavia in Italia l’amianto è fuori legge solo dal 1992.

Nella sola penisola l’amianto ha provocato migliaia di morti, soprattutto tra gli operai che lo lavoravano. Ma l’amianto uccise anche i loro famigliari e coloro che risiedevano vicino agli stabilimenti. Colpite soprattutto zone costiere come Monfalcone (provincia di Gorizia) e Trieste al Nord Est, Genova e La Spezia al Nord Ovest, Massa Carrara, Livorno e Pistoia al centro e Napoli (Bagnoli), Taranto e Siracusa (Piolo)al Sud.

La città alla quale è inevitabilmente legata la vicenda dell’amianto e a cui si riferisce il processo di Torino è Casale Monferrato, in Piemonte, sede per un ottantina di anni di una grande fabbrica della Eternit. A Casale l’amianto veniva espulso dallo stabilimento industriale con dei ventilatori i quali sparpagliavano morte in città. A Casale sono morte 1600 persone. Una strage.
E una città distrutta Casale Monferrato. Le parti lese al processo sono quasi 3000. Ogni famiglia, ogni cittadino è colpito direttamente da questa tragedia. La fabbrica chiuse nel 1986, ma la sua bonifica non è ancora conclusa. A Casale l’amianto è ovunque, si dissemina nei corpi delle persone, ma anche nelle case, nelle scuole. L’unica maniera per bonificare l’amianto è cementarlo. E quindi impossibile bonificare tutto completamente. Molte persone sono morte a Casale e molte moriranno ancora. La lana della salamandra, così veniva chiamato dai greci l’amianto, è ancora vivo e continua a provocare morte. L’amianto è un assassino silenzioso, un serial killer titola un libro di Stefania Divertito. Secondo l’autrice ogni anno in Italia sono 4000 i decessi legati all’asbesto. Il peggio deve ancora arrivare. Il picco di latenza dell’amianto ha una trentina d’anni (posso ammalarmi fra trenta anni per una contaminazione avvenuta oggi), il culmine massimo sarà quindi fra 10-15 anni. Si stima che ci sono 32 milioni di tonnellate di fibre di amianto ancora sparse in Italia (soprattutto in discariche abusive). In Italia l’amianto è illegale dal 1992, ma bisogna ricordare che in molti paesi del Sud del mondo spesso si continua ad utilizzarlo.

Il maxi processo Eternit di Torino è solo il più famoso delle cause legate all’amianto. Altri ve ne sono stati. Altri sono in corso o partiranno fra poco. Per esempio, il 2 dicembre a Monfalcone si è aperto un processo per omicidio colposo. Sono imputati 21 ex dirigenti dei cantieri navalmeccanici in relazione alla morte di 18 operai. Morti riconducibili all’esposizioni all’amianto. Il 12 gennaio a Padova ci sarà un processo contro 8 ufficiali della marina militare per la morte, anch’essa riconducibile all’amianto, di due marinai.
Le aspettative dei familiari delle vittime sono molte. Una battaglia per alcuni cominciata negli anni ottanta. Vedremo se giustizia sarà fatta. Una spada di damocle pende tuttavia sul processo: l’approvazione del disegno di legge sul processo breve, l’ennesima furbata berluscomica, rischia di compromettere anni di lavori.

Riferimenti bibliografici:
http://www.dillinger.it/amianto-storia-di-un-serial-killer-31706.html
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_SALASTAMPA&nextPage=News_prima_pagina/info-1705452045.jsp
http://unoenessuno.blogspot.com/2008/09/blu-notte-amianto-le-morti-silenziose.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto
http://blog.verdenero.it/2009/07/22/amianto-a-dicembre-si-parte-con-il-processo-eternit/
http://blog.verdenero.it/2009/10/28/amianto-lintervento-di-stefania-divertito-su-linea-notte/


Consiglio: guardate su youtube la puntata di Blu Notte sull’amianto:

http://www.youtube.com/watch?v=ZyMNYVkc65w

Libri sul tema:

- Amianto. Storia di un serial Killer.
Di Stefania Divertito

- La lana della salamandra. La vera storia della strage dell’amianto a Casale Monferrato.
Di Giampiero Rossi

sabato 5 dicembre 2009

Stop OGM!



Con 23 voti a favore e 14 contrari il consiglio degli Stati ha deciso lunedì di prolungare di 3 anni la moratoria sulla coltivazione commerciale di piante geneticamente modificate. La moratoria, che sarebbe scaduta nel novembre 2010, è così prolungata fino a fine 2013. Il consiglio degli Stati si adegua così alle raccomandazioni manifestate dall’apposita commissione (sulla modifica della legge sull’ingegneria genetica nel settore non umano) e dal Consiglio federale. Ricordo che la moratoria era stata approvata da popolo e cantoni in una votazione del 2005. (Una delle rare volte in cui mi sono trovato d’accordo con il risultato di una votazione). Aspettiamo ora votazione al consiglio nazionale.

Stop OGM, il coordinamento romando di contadini, consumatori e organizzazioni di cooperazione e sviluppo sottolinea i vantaggi di questa scelta politica. Vantaggi per i consumatori, i coltivatori, i distributori e per l’ambiente. Inoltre, l’assenza di colture genetiche sul territorio svizzero costituisce un vantaggio in termini di “marketing” per l’agricoltura svizzera, risparmiando ai contadini delle fastidiose controversie sulla coesistenza tra i differenti modi di fare agricoltura.

L’ONG Swissaid sottolinea l’importanza di questa scelta: il fatto che la Svizzera, sede di Syngenta, prolunghi la moratoria costituisce un segnale forte in direzione di quei paesi dell’Africa, Asia e America latina ai quali gli OGM sono spesso imposti nel nome del “progresso” e come soluzione nella lotta contro la fame.

http://www.stopogm.ch/images/pdf%20index/011209_prolongation%20moratoire%20CE.pdf
http://www.swissaid.ch/index_fr.php

mercoledì 2 dicembre 2009

Conferenza ministeriale dell’OMC : un’altra foto di gruppo.



Cronaca di un vertice annunciato:

Riunione di routine in questi giorni a Ginevra. Nulla di eclatante, i delegati dell’Organizzazione mondiale del commercio si sono ritrovati per la consueta conferenza ministeriale. Ad uno ad uno i ministri dell’economia salgono sul palco per fare la propria allocuzione. Assopita, l’assemblea ascolta gli interventi. Centocinquanta discorsi in 3 giorni sono troppi anche per i professionisti “del fare altro ascoltando gli altri”.

Fuori dalla sede dell’organizzazione sono attesi i manifestanti no global. Non arriveranno mai. La polizia lascia campo aperto agli arrabbiati black block. I manifestanti pacifici si ritirano. Le agenzie di stampa riferiranno di 35 vetrine rotte e 28 macchine bruciate. I soliti altermondialisti… Delle ragioni dei manifestanti (pacifici) è preferibile non parlare.

A Ginevra non è previsto nessun accordo negoziale. Del ciclo di Doha si discuterà a porte chiuse, nelle segrete stanze del lobbying. Piuttosto, i ministri sono invitati a soffermarsi sul ruolo dell'OMC. Va bene così. Obiettivo dell’incontro: fare il punto dello stato del commercio mondiale dopo la crisi dei mercati finanziari. Sembra che i dubbi sul commercio sono i medesimi di quelli di un maschio in andropausa: tira…non tira…é in crisi e vorrebbe la sua libertà…si sente schiacciato dalle regole imposte…

A margine della conferenza si coglie l’occasione per sviluppare negoziati bilaterali e accordi informali. Colloqui politici di alto livello. La diplomazia del corridoio. La Svizzera invita ad un incontro i paesi del G10. Il G10 non è un G8 allargato, bensì un gruppo di Paesi (Corea del Sud, Israele, Islanda, Giappone, Mauritius, Norvegia, Liechtenstein, Chinese Taipei, Svizzera) che esportano una quantità di prodotti agricoli superiore a quella importata. Geniale!

A Ginevra è solo routine. Dopo tre giorni, una dichiarazione d’intenti e un arrivederci a tutti fra due anni.Un vertice annunciato. Un aperitivo, un cocktail. Un’altra foto di gruppo.

Il rituale dei vertici Fao

Il vertice Fao 2009 si è chiuso con il solito nulla di fatto: molte promesse, pochi fatti e poco denaro per risolvere concretamente il problema della crisi alimentare. Gli incontri internazionali di questo tipo sono talmente scontati che ci é permesso prevederli con ampio anticipo. Senza presunzione di veggenza, azzardiamo un resoconto del vertice Fao 2010.


Lanciato dalla rivoluzionaria idea scaturita dal precedente vertice del G20, secondo cui la fame nel mondo è una piaga inaccettabile da combattere con ogni mezzo, il vertice Fao 2010 si apre con molte speranze. Tuttavia, avendo già partecipato al G20, i capi di stato delle principali potenze mondiali sono assenti a Roma. Fa eccezione un raggiante Silvio Berlusconi che, assolto per prescrizione da tutti i suoi processi, delizia la platea con numerose barzellette somale. Guidati da Gheddafi e Mugabe, sono invece presenti in maniera massiccia i rappresentanti degli stati africani, i più duramente colpiti dalla crisi.

Dopo tre giorni di focose discussioni, il vertice si chiude con la consueta dichiarazione di intenti. Si tratta di una riproduzione del documento scaturito dal vertice 2009, il quale a sua volta non era altro che una copia zampillata dal vertice 2008. E così via, nel classico rito dei vertici Fao. Anche quest’anno si propone una dichiarazione di principi in cui gli stati si impegnano a combattere il flagello della fame nel mondo. L’obiettivo resta quello di dimezzare gli affamati entro il 2015. Un obiettivo che sarà riproposto annualmente, vertice Fao del novembre 2014 compreso.

A parte questo documento il vertice 2010 sarà ricordato per la lite avvenuta tra i burocrati della Fao e il Commissario speciale delle nazioni unite per il diritto all’alimentazione, il belga de Schutter, invitato speciale del vertice. Quest’ultimo è accusato di aver distorto le vere cause della problematica alimentare. De Schutter ha in effetti pronunciato un inedito discorso in cui punta l’indice contro la speculazione finanziaria sulle materie prime e il sistema dei brevetti, accusando le multinazionali occidentali di monopolizzare le sementi e di imporre culture industriali e geneticamente modificate. Il Commissario ha inoltre criticato fortemente gli Stati, rei di non fare abbastanza per garantire i diritti degli agricoltori, come imposto dal Trattato Internazionale sulle risorse fitogenetiche della stessa Fao. Mentre era intento a sottolineare la necessità di riforme nella governance delle problematiche alimentari, evidenziando l’impotenza della Fao e il ruolo predominante dell’OMC nella regolamentazione internazionale dell’agricoltura, de Schutter è stato portato via dalle guardie di sicurezza del vertice. Interrogato per ore in un commissariato romano e in seguito rilasciato su cauzione, di lui si sono perse le tracce.

Malgrado questo spiacevole inconveniente, il vertice Fao si è chiuso anche quest’anno come consuetudine: un nulla di fatto. Da sottolineare che la richiesta del direttore generale Diouf di creare un fondo annuo di 50 miliardi di dollari per favorire lo sviluppo dei piccoli agricoltori è stato bocciato dall’assemblea. Pare fosse stato già stanziato un fondo al G8 2009, di cui però si sono perse le tracce. Non sono i soldi il problema, il documento stabilito è già un buon punto di partenza, viene indicato da una nota stampa.

Dopo il cocktail offerto da Berlusconi a palazzo madama e l’immancabile foto di gruppo, i delegati Fao si sono cordialmente salutati. L’appuntamento è per l’anno prossimo: il rituale continua.

domenica 29 novembre 2009

Votazioni federali!

Ansa. 29.11.2009; 19:00GMT: Pilatus modificati dell’Arabia Saudita attaccano la Svizzera. I sultani wahabiti non hanno digerito il voto contrario ai minareti...

Sognavo che i sondaggi per una volta si sbagliassero.
Sognavo che la Svizzera smettesse di esportare armi.
Odio le armi.
Odio anche i sondaggi.
Per una volta si sono sbagliati.
Ma non dove sognavo.

venerdì 27 novembre 2009

Armi: il santo vale la candela?

Per la pluralità d'opinione, pubblico, ma non condivido, la riflessione di un mio amico sull'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico.




di Nicola Vallarino

Il tema di discussione é complesso ed indubbiamente si presta a prese di posizione fortemente ideologizzate.

Prima di dibattere su questo argomento credo sia interessante distinguere tra 2 tipi di etica chiamate in causa: l’etica così detta ideologizzata e l’etica delle responsabilità.

I comportamenti ed i modi di pensare della prima classificazione sono, come implicitamente espresso dall’etimologia del termine, fortemente connotati da una presa di posizione praticamente impermeabile a qualsiasi forma di critica o contestazione.

È quindi indubbiamente più interessante soffermarsi sulla seconda concezione di intendere l’etica, quella che poi giocoforza si riscontra nella stragrande maggioranza dei cittadini che saranno chiamati alle urne.

L’idea di avere un mondo senza conflitti, con tutte le nazioni che vanno d’amore e daccordo sappiamo bene é stato accantonato da tempo, vediamo quindi nel concreto quali sono costi e benefici che può portare questa iniziativa popolare contro l’esportazione di materiale bellico.

L’impedimento di esportare armi all’estero non avrà alcun effetto pratico sul proseguio dei vari conflitti in corso, questo é bene espresso anche dai promotori dell’iniziativa.

Ci si chiede ma il beneficio allora quale dovrebbe essere ? Taluni asseriscono il fatto di lanciare un messaggio, e cioé che la piccola Svizzera attualmente invischiata in svariate crisi internazionali (Tremonti-Gheddafi-Fisco USA) tenta di ripulire la sua immagine vietando l’esportazione di materiale bellico. Ci potrebbe anche stare non considerando i costi sociali ed economici che il nostro paese dovrebbe assumersi nel caso l’iniziativa venga approvata.

Anzitutto l’"esiguo e discutibile ramo industriale" della produzione bellica conta ca. 15'000 posti di lavoro che andrebbero completamene distrutti (e di riflesso migliaia di famiglie che si troverebbero in difficoltà) in un momento non particolarmente felice dal punto di vista occupazionale. Va ricordato inoltre che i posti di lavoro persi sarebbero perlopiù situati in zone periferiche del paese che verrebbero a trovarsi ancor più in difficoltà non avendo altre industrie sostitutive.

Bisognerebbe inoltre quantificare in seguito il mancato gettito fiscale incassato da cantoni e confederazione derivante dai proventi di questa industria, mancato incasso che di riflesso andrà poi a incidere sulla spesa pubblica in termini di maggiori risparmi.

Varrebbe forse il caso di chiedersi se il santo vale la candela, siamo davvero disposti a sacrificare lo 0.33 % !! delle nostre esportazioni e di fatto bruciare ca. 3 miliardi di CHF del nostro PIL in onore di un presunto moralismo ideologico che mal si concilia con la realtà economica odierna ?

Nicola Vallarino

mercoledì 25 novembre 2009

Riflessioni sull’iniziativa popolare contro l’esportazione di materiale bellico.

Che ben fu il più crudele e il più di quanti
mai furo al mondo ingegni empi e maligni,
ch'imaginò sì abominosi ordigni.
(Ludovico Ariosto)





E la terza volta che siamo invitati ad esprimerci sull’esportazione di materiale bellico. Nel 1972 per poco non si andava vicino alla vittoria: il 49% dei votanti approvò un’iniziativa che intendeva proibire l’esportazioni di armi. Un’altra storia nel 1997, quando solo il 22,5% si espresse a favore di una simile iniziativa. Per cui una dozzina di anni dopo è lecito pensare che il popolo svizzero votante non sia diventato improvvisamente pacifista. Tuttavia le onnipresenti guerre civili, i conflitti in Iraq e in Afghanistan, la sempre instabile situazione in Medio Oriente, le numerose immagini di bambini soldati (con armi svizzere?) e altri fattori possono aver fatto cambiare idea a numerosi connazionali. Nel 2008 le esportazioni di armi svizzere sono aumentate del 55.4%. Un dato che testimonia un’inquietante tendenza al riarmo. Tendenza che i cittadini svizzeri hanno la possibilità di frenare, seppur forse solo in maniera simbolica.

Promotore dell'iniziativa il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSOA)

Contrario al divieto un Consiglio federale che da un lato sventola la bandiera arcobaleno nei propri discorsi ma dall’altro difende strenuamente questo esiguo e discutibile ramo industriale. Una posizione quanto meno contraddittoria.

Ecco qualche esempio dell’incoerenza della politica svizzera in materia di esportazione di materiale bellico.

Parti in conflitto

Pagina 15 del bollettino sulle votazioni federali del 29 novembre: “La Svizzera applica criteri d’autorizzazione severi per l’esportazione di materiale bellico. Sono ad esempio escluse forniture di armi a parti in conflitto o a Stati nei quali i diritti dell’uomo sono sistematicamente e gravemente violati….”

Pagina 16 del medesimo bollettino: “In passato la maggior parte (più del 75%) del materiale bellico è stato esportato verso Stati che condividono valori analoghi a quelli della Svizzera: fra questi l’Australia, l’Austria il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Germania, gli Stati Uniti e la Svezia.

Scusate, Germania e Stati Uniti che ci fanno in Afghanistan? Già, dimenticavo: “missione di pace”! E una questione di termini, ma è sotto gli occhi di tutti che la missione di pace è a pieno titolo un conflitto. La guerra al terrorismo è un guerra. Per cui dalla lista dei 72 paesi a cui si esportano armi svizzere non solo la Germania o gli Stati Uniti sono parti in conflitto. Il 78 % delle armi è in effetti esportato verso paesi impegnati in questa guerra al terrorismo (GB, USA, Germania, Italia su tutte). “Sono escluse forniture di armi a parti in conflitto” si diceva…Dipende dal conflitto? O semplicemente dal termine dato al conflitto. Certo, ultimamente la guerra è detta pace…

Ecco una contraddizione. Altre sono omesse dal fascicolo di voto, ma sono tuttavia reperibili su altri canali informativi della Confederazione. Nella dichiarazione di pagina 16 ci viene detto che più del 75% del materiale bellico è esportato verso Stati che condividono valori analoghi ai nostri. Non ci viene però detto che il nostro primo cliente è il Pakistan con 109 844 910 milioni di franchi spesi per accaparrarsi armi made in Switzerland. Chiedete agli abitanti del Kashmir o del Waziristan se il Pakistan è uno stato in pace! E non mi sembra nemmeno che il Pakistan condivide valori analoghi ai nostri. Tuttavia, per mantenere una certa neutralità, le armi svizzere sono in ogni modo vendute all’India, le cui tensioni col Pakistan per il controllo del Kashmir non sono di fatto terminate. Con lo stesso metodo di imparzialità si vendono armi a Israele, Libano, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, ecc.. Essere neutrali non significa quindi non schierarsi a favore di qualcuno. Significa schierarsi con tutte le parti in conflitto, vendendo armi su tutti i fronti. E questo per salvaguardare lo 0,33% (Fonte: Seco) delle esportazioni complessive della Svizzera?

Diritti umani

Resta inoltre da capire cosa si intende “Stati dove i diritti dell’uomo sono sistematicamente e gravemente violati”. E recente la notizia secondo cui armi svizzere sono state vendute nello stato indiano del Chhattisgarh, dove da anni è in corso una misconosciuta guerra civile tra i ribelli maoisti, i Naxaliti, e miliziani paramilitari dello “Special Police Officers”, legate al politico Mehandra Karma. Diverse fonti, come l’inviato dell’Espresso Alessandro Gilioli e l’ONG Human Rights Watch, indicano la presenza di bambini soldati nei due schieramenti in conflitto.

Il SECO ha ammesso la vendita di 10 mitragliette svizzere allo stato indiano, senza affermare che esse siano venute in contatto con minorenni. Nell’intervista rilasciata il 22 novembre a Swissinfo, Simon Plüss, responsabile del settore esportazione materiale bellico della SECO, spiega come funziona la procedura per la vendita di armi svizzere all’estero. L’intervista mette in evidenza le contraddizioni tra “criteri d’autorizzazione severi” tanto palesati dal governo e i fatti.

L'articolo 5 dell'Ordinanza sul materiale bellico, dove si afferma che “le richieste per l'esportazione di materiale bellico non possono essere concesse se nel paese destinatario vengono sistematicamente e gravemente violati i diritti umani […]” è troppo impreciso e subisce le diverse interpretazioni dei differenti attori che si devono occupare del caso: Seco, dipartimento degli affari esteri, dipartimento della difesa, Consiglio federale.

Queste imprecisioni permettono la vendita di armi allo stato indiano del Chhattisgarh, dove è in corso un conflitto con bambini soldato. Tuttavia la portavoce del seco, Rita Baldegger, ci dice che il Consiglio federale “ha verificato che non ci fosse una grave e sistematica violazione dei diritti umani”. Differenti interpretazioni, ma se questi sono i famosi “criteri d’autorizzazione severi”..

La pace armata

Pagina 20 del libricino di voto: “ Per il consiglio federale, la promozione della sicurezza e della pace nel mondo, il rispetto dei diritti dell’uomo e il promovimento della prosperità sono obiettivi fondamentali della nostra politica estera”

La Confederazione, autodefinitasi promotrice della pace a livello internazionale, non può che dare l’esempio stroncando l’esportazione di materiale bellico. Le guerre continueranno con altre armi, d’accordo. Ma intanto noi ci puliamo la coscienza portando avanti una politica estera pacifista e soprattutto coerente. E inutile ed eticamente privo di senso fornire armi e poi mandare aiuti umanitari per aiutare le persone colpite da queste stesse armi. Pare invece che i nostri governanti abbiano un’altra idea di pace. Una pace armata come è evidenziato dalle parole di Doris Leuthard:

«Ce sujet est vraiment très délicat, tous les hommes et femmes de Suisse aimeraient avoir un monde avec moins de conflits et plus de paix, mais c'est utopiste. Et c'est pour cela que le Conseil fédéral et le parlement doivent dire qu'on vit dans une réalité avec beaucoup de conflits. Du matériel de guerre, ça peut nuire mais ça peut aussi aider dans le cadre de conflits pour ne pas utiliser les armes mais plutôt discuter et dialoguer pour trouver des solutions».

Come dire: con una pistola puntata alla tempia é più facile fare ragionare le persone. “Si ottiene di più con una parola gentile ed una pistola che con una parola gentile soltanto” diceva Al Capone nel film “Gli intoccabili”. La politica estera della Svizzera deve invece prefiggersi l’arduo obiettivo di ottenere di più con la sola parola. Con le pistole ci provano già gli altri.


No all’esportazione di materiale bellico!


Riferimenti bibliografici:

http://www.gsoa.ch/home/
http://www.materialebellico.ch
http://www.seco.admin.ch/aktuell/00277/01164/01980/index.html?lang=it&msg-id=25333
http://www.news-service.admin.ch/NSBSubscriber/message/attachments/14918.pdf
http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/02/01/maoisti-di-krishna/
http://www.swissinfo.ch/ita/prima_pagina/Armi_svizzere_nelle_mani_di_bambini_soldato.html?siteSect=105&sid=11502821&cKey=1258909658000&ty=st
http://www.swissinfo.ch/ita/news_digest/Armi_svizzere_in_mano_a_bambini_soldato.html?siteSect=104&sid=11477592&cKey=1257924511000&ty=nd
http://www.hrw.org/en/news/2008/09/04/india-all-sides-using-children-chhattisgarh-conflict
http://www.20min.ch/ro/news/suisse/story/21776583

mercoledì 18 novembre 2009

Vertice Fao: una foto di gruppo



È in corso a Roma il vertice della Fao sulla crisi alimentare. Pochi capi di Stato del G20 presenti, nessuno del G8. Anzi sì, Berlusconi, chairman del vertice ma con altre gatte da pelare. Presenti invece in maniera massiccia i rappresentanti degli stati africani, i più duramente colpiti dalla crisi. L’esempio viene dall’alto: sciopero della fame di 24 ore del direttore generale Diouf, annullato il cocktail previsto per lunedì.

Si ricorderà il G20 di Londra o diPittsbourgh: capi di stato delle prime 20 potenze mondiali riunite per discutere su come uscire dalla crisi finanziaria. Parole e denaro per venire fuori dal baratro. Cena di gala con signore (o signori). L’immancabile foto di gruppo.

Come tutti gli avvenimenti di questo tipo, anche il vertice Fao ha prodotto la rituale dichiarazione. Un documento composto da cinque principi in cui fondamentalmente ci si impegna a dimezzare entro il 2015 il numero di persone malnutrite (1 miliardo). Non certo una grande novità visto che tale obiettivo è lo stesso che nel 2000 era stato previsto nell’ambito degli Obiettivo di Sviluppo del Millennio, quando gli affamati, numericamente parlando, erano 800 milioni. Un obiettivo irraggiungibile, comunque vada.

Il documento inoltre non tiene in considerazione la richiesta fatta lunedì in mattinata da Diouf, il quale proponeva l’apertura di un fondo annuo di 44 miliardi destinato allo sviluppo delle infrastrutture agricole. Una cifra irrisoria se si considera che i paesi OCSE hanno speso otto volte tanto per sostenere la propria agricoltura nel solo 2007. Senza pensare al denaro speso per salvare banche o per fare guerre (1340 miliardi nel solo 2007, aggiunge Diouf).

Concretamente quello che è stato detto al vertice Fao lo si sapeva già. Servirebbe una messa in discussione generale del sistema agricolo mondiale e della stessa Fao. Urge una riflessione sulla sua efficacia e sulle sue relazioni con altre organizzazioni internazionali, onusiane e non (OMC su tutte). Non è dato a sapere per esempio se le importanti parole espresse recentemente dal Commissario speciale delle nazioni unite per il diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter, siano state prese in considerazione dai delegati Fao. Non si è parlato del ruolo delle multinazionali, delle speculazioni finanziarie sulle materie prime, di OGM, di agrobiodiversità, di biocarburanti, del monopolio delle sementi e dei brevetti. Né soldi, né obblighi, ne messa in discussione quindi. Qualche promessa e qualche parola. Una foto di gruppo.

Riferimenti bibliografici:

http://www.fao.org/news/story/it/item/37421/icode/
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Docs/Declaration/WSFS09_Draft_Declaration.pdf
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Docs/Declaration/K6050REV10F.pdf
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Statements_PDF/Monday_16_AM/K6628F.pdf

venerdì 13 novembre 2009

Anche io agevolo!


La notizia è del 21 ottobre: avviso di garanzia nei confronti di Filippo Giunta, presidente dell’Associazione Rototom Sunsplash. Gli si contesta di agevolare l’uso di canapa e di altre sostanze stupefacenti, infrangendo l’art.79 della repressiva legge Fini-Giovanardi. Quest’ultima punisce “chi adibisce o consente che sia adibito un locale pubblico o un circolo privato di qualsiasi specie a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope è punito, per questo solo fatto, con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 3000 ad euro 10.000”.
Pare che "le suggestioni culturali del reggae" portano il suo pubblico a fumare, per cui gli organizzatori vanno puniti. Invero, l’avversione verso il Rototom non è la prima volta che si manifesta: controlli di ogni tipo (ispettorato del lavoro, dell’ambiente, ecc), accusa di abuso di ufficio nei confronti del sindaco di Osoppo, reo di aver permesso la manifestazione, criminalizzazione dei consumatori di canapa (perquisizioni nelle tende!). Così il festival è costretto a migrare, come annunciato dallo stesso Giunta il primo ottobre scorso.

Solidarietà verso il Rototom da molti nomi del mondo dello spettacolo e da politici dell’opposizione. Oggi ci sarà una manifestazione concerto ad Udine ed è stata lanciata la campagna “Io agevolo”. Pronta la risposta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia e al contrasto della droga, il disonorevole Carlo Giovanardi che consiglia ai colleghi del PD, che hanno espresso solidarietà al Rototom, di scegliersi un’altra causa da difendere. Proprio come ha fatto lui, sceso in campo a difesa della morte di Stato. Ricordiamo in effetti che Giovanardi è proprio colui che pochi giorni addietro si è permesso di giustificare la morte di Stefano Cucchi in carcere, deceduto a suo dire, poiché drogato e sieropositivo. Si sa, in Italia i sottosegretari ultimamente sono un po’ sotto pressione. O sotto inchiesta.

Per chiudere in bellezza ecco un video del 1982 di Lee Scratch Perry che stasera suona al metropop festival di Losanna. Sempre che non lo chiudano per agevolazione.

video



Riferimenti bibliografici:

http://www.rototomsunsplash.com/


http://www.rototomsunsplash.com/ioagevolo.phtml

http://www.affaritaliani.it/static/upl/pdf/pdf.pdf

http://www.affaritaliani.it/entertainment/l_associazione_rototom_replica_su_affaritaliani_it_a_giovanardi121109.html

http://www.affaritaliani.it/entertainment/carlo_giovanardi_ad_affari_festival_reggae_pd_trovi111109.html

http://www.youtube.com/watch?v=YFuVvw1JJeA&feature=related

giovedì 12 novembre 2009

martedì 10 novembre 2009

La non notizia di una notizia!




L’abitudine è avversa al veloce scorrere del fiume di informazione che ogni giorno ci inonda di paure, crudeltà novità, frivolezze e false verità. Immaginate un fatto che si ripete da 18 anni. Inesorabile. Fermo e puzzolente come acqua stagnante. Travolto dalla piena del fiume questo fatto finisce per essere trascinato a valle senza lasciare traccia. Quando poi questo fatto riguarda Cuba, e per una volta positivamente, ecco che esso evapora subito per proseguire il suo ciclo naturale. Pioverà di nuovo il prossimo anno. Puntuale e inutile ancora una volta.

Sono 18 anni che l’Assemblea delle Nazioni Unite vota contro l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense nei confronti di Cuba. Anche quest’anno la condanna da parte della comunità internazionale é avvenuta in modo massiccio. Puntuali, a difesa dell’embargo solo tre stati: gli USA con gli amici israeliani e le Isole Palau. Astenuti la Federazione di stati della Micronesia e le Isole Marschall.

Indipendentemente dalle ideologie, sempre presenti quando si parla di Cuba, l’abitudine di questa notizie potrebbe essere utilizzata per riflettere su altre questioni, che trascendono dalla notizia in sé. Una notizia abitudinaria, appunto perché consuetudine, andrebbe pescata dalla corrente informativa. Andrebbe filettata per comprendere proprio il perché di questa abitudine. Si potrebbe per esempio riflettere sull’effetto non vincolante di questa decisione e sul ruolo delle Nazioni Unite. In vigore dal 1962 l’embargo non molla, malgrado da 18 anni l’Assemblea voti contro. A che serve quindi votare su questa questione? Quale è il ruolo di un’Assemblea che non ha che dei poteri consultivi? Quale è il potere delle Nazioni Unite rispetto al potere di una superpotenza? Se proprio vogliamo, ci si potrebbe anche chiedere come mai le Isole Palau, 19000 anime nell’Oceano Pacifico, indipendenti dal 1994, votano sempre per mantenere il bloqueo. Potremmo riflettere sull’astensione della Micronesia. Perché no, potrebbe essere interessante? Domande che vanno oltre all’essere pro o contro Cuba, ma che ci obbligano a riflettere sull’abitudine. Sulla non notizia di una notizia

sabato 7 novembre 2009

Diritto all'alimentazione e brevetti: due concetti inconciliabili!

Malgrado non occupino un ruolo di primo piano nell’attualità mediatica, cibo, alimentazione e agricoltura sono ultimamente all’ordine del giorno. Interessante e degna di nota a proposito è la recente conferenza stampa del commissario speciale delle nazioni unite per il diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter.



Difficilmente mi trovo d’accordo con personaggi di potere. Quando ciò avviene significa che il potere effettivo di questo personaggio e della sua funzione è probabilmente scarso. Per ciò, se il messaggio di un personaggio pubblico mi appare troppo bello, critico al punto giusto nei confronti delle dinamiche dominanti e quasi coerente con le mie idee, intuisco subito che questo personaggio non detiene che un potere di facciata. E il caso del Commissario Speciale delle nazioni Unite per il diritto all’alimentazione e la recente conferenza stampa tenuta alle Nazioni Unite lo scorso 21 ottobre è un perfetto esempio di quanto sopra andavo dicendo.

Olivier de Schutter ha parlato dei problemi legati alla crisi alimentare. Andando subito al sodo si è focalizzato sulle contraddizioni del sistema agricolo mondiale, caratterizzato dal sistema dei brevetti e dal controllo delle sementi da parte di poche multinazionali. Le sue parole fanno appunto ipotizzare che la carica di de Schutter non conta, nei fatti, molto. Tuttavia ecco qualche importante elemento emerso da questa conferenza stampa.

Per prima cosa de Schutter ha messo l’accento su tre importanti fattori di pericolo per la sicurezza alimentare, causati dalla rivoluzione agricola attualmente in corso:

1. la crescente monopolizzazione delle sementi

2 la diminuzione della biodiversità

3 le speculazioni finanziarie sui mercati delle materie prime

Focalizzandosi sul primo fattore di pericolo e disquisendo quindi sulla relazione tra proprietà intellettuale (ricordo che le sementi, le proprietà genetiche di una pianta possono essere brevettate) e diritto al cibo, de Schutter spiega l’importante sfida che tocca i governi. Questi ultimi sono chiamati a rispondere agli impatti causati dal sistema dei brevetti, adottando delle politiche che prevedano l’accesso dei contadini alle sementi. Esortando i governi ad adottare delle legislazioni che vanno oltre il rispetto dei requisiti minimi previsti negli accordi sulla proprietà intellettuale in seno a l’OMC, egli insiste sul fatto che sono gli stessi governi che dovrebbero scegliere un sistema di proprietà intellettuale adatto alle esigenze di sviluppo. Si raccomanda quindi agli Stati di fare di più per l’attuazione dei “diritti degli agricoltori”, come stabilito nell’articolo 9 del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura. Quest’ultimo prevede la tutela delle risorse tradizionali e la partecipazione degli agricoltori nei processi decisionali in materia di legislazione sulla proprietà individuale. De Schutter ha inoltre raccomandato agli Stati di fornire i fondi necessari per creare un sistema di sementi gestito dagli stessi agricoltori, riesaminando le proprie legislazioni in modo da renderle più consone con i diritti degli agricoltori tradizionali, per esempio favorendo lo sviluppo di sementi locali.

Nei paesi in via di sviluppo, il sistema delle sementi ad alta qualità, brevettate e certificate dai governi si sta imponendo su un sistema più tradizionale e informale, basato sulla salvaguardia e lo scambio di sementi tra contadini. Malgrado le qualità delle sementi ad alto rendimento, questo sistema comporta importanti rischi di dipendenza da parte dei contadini verso le società che controllano le semenze. I diritti di proprietà intellettuale si sono in effetti enormemente rafforzati negli ultimi anni, contribuendo a fare aumentare la dipendenza dei contadini verso le grandi imprese. Sottolineando che le prime dieci compagnie di sementi del mondo controllano il 67% del mercato globale dei semi, de Schatter afferma che questa dipendenza influisce fortemente sui redditi degli agricoltori: “increasing dependency on commercial seed varieties monopolized by a few very powerful multi-national companies could severely impact small farmers in developing countries”.

Contrariamente ai fautori dei diritti di proprietà intellettuale, che ne ricordano l’importanza fondamentale per l’innovazione, de Schutter ci ricorda come questi diritti possono rivelarsi paradossalmente un ostacolo per la ricerca. Quest’ultima si deve in effetti basare su delle risorse genetiche preesistenti, già brevettate e quindi difficili da ottenere. In ogni caso, continua il Commissario, la ricerca e i diritti di proprietà intellettuale sono principalmente indirizzati verso grandi contadini dei paesi cosiddetti sviluppati. Per esempio le culture tropicali, importanti per molte persone nei paesi in via di sviluppo sono completamente dimenticate dalla ricerca dominante. Interessante anche il fatto che de Schutter sottolinei che il brevetto delle sementi implica un trasferimento delle risorse fitogenetiche da Sud (dove risiedono le principali risorse fitogenetiche) al Nord (dove hanno sede le principali aziende semenziere) e quindi dai produttori ai proprietari di brevetti: “because most seed companies were situated in the North, intellectual property rights resulted in resource transfers from the South to the North and from food producers to the owners of the patents.”

Il commissario é preoccupato dal fatto che, a causa dei diritti di proprietà intellettuale su cui si è basata ultimamente la ricerca agricola, non sono stati effettuati investimenti in altri metodi di produzione alimentare. Secondo de Schutter, in linea di principio è stato un bene che, dopo trenta anni, il settore privato abbia di nuovo investito in agricoltura. Non vi è però stato un vero dibattito su chi veramente controlla le politiche agricole: il rischio è che le politiche nazionali non vengano prese in considerazione, visto che la direzione della ricerca e degli investimenti è guidata da interessi privati. I governi non dovrebbero quindi elaborare politiche dettate dal settore privato.

Rispondendo ad una domanda de Schutter afferma che la stragrande maggioranza dei brevetti é stata acquisita da imprese del Nord, come la Monsanto, la cui struttura oligarchica è preoccupante, in quanto aumenta la dipendenza degli agricoltori. A proposito continua de Schutter, le legislazioni antitrust dovrebbero essere rafforzate, a livello regionale e internazionale.

Rispondendo ad un’altra domanda e riferendosi al fatto che la FAO ha affermato la necessità di un aumento del 70% della produzione alimentare entro il 2050, de Schutter ci ricorda che è aperto un grande dibattito su come e da chi tale aumento dovrebbe essere garantito. Anche se le Nazioni Unite non hanno ruolo in merito a questo dibattito, che oppone agricoltura organica e agricoltura genetica, una relazione del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha indicato che l’agro-ecologia potrebbe migliorare sensibilmente i rendimenti, e ciò in una materia sostenibile.

De Schutter ha sottolineato infine il fatto che la speculazione finanziaria nel mercato delle materie prime è un problema grave che non é stato affrontato. Sebbene egli avesse presentato proposte al Consiglio dei diritti dell'uomo a tal proposito, nulla é stato ancora fatto.

Sembra che a parlare sia un delegato altermondialista di una ONG ambientalista. Invece riporto semplicemente e quasi alla lettera la conferenza stampa del Commissario speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazioni. Del cui potere sto quindi sempre più dubitando.

Riferimenti bibliografici:

http://www.un.org/News/briefings/docs//2009/091021_de_Schutter.doc.htm

http://www.srfood.org/images/stories/pdf/medias/20091021_press-release_current-intellectual-property-rights-regime-suboptimal_en.pdf

http://www.srfood.org/images/stories/pdf/officialreports/20091021_report-ga64_seed-policies-and-the-right-to-food_en.pdf

mercoledì 4 novembre 2009

I porci scomodi : tra febbre suina e maialate farmaceutiche

Influenza suina : è allarme in tutto il mondo. Così si evince dalle dichiarazioni dell’O.M.S che l’11 giugno scorso ha dichiarato il livello 6 di pandemia, la più elevata delle fasi pandemiche previste (1). I casi di contagio ufficiali erano 182.166 e le vittime 1.799 (2), poco più dello 0,9%. Gli incassi delle multinazionali farmaceutiche intanto vanno alle stelle. Ma cosa si cela realmente dietro tutto questo allarmismo mediatico? Dubbi e lacune di un contagio previsto.


di Mattia Pacella

Dopo l’influenza aviaria, ecco un'altra immane paura : la febbre porcina. In poco tempo si è passati dai polli ai maiali. Nessun salto di categoria, dalle stalle si è restati… alle stalle! Verrebbe scherzosamente da aggiungere, quasi fosse la trama di un film tragicomico diretto dai fratelli Vanzina, che tra l’altro avevano intitolato una loro produzione proprio “Febbre di cavallo”, giusto per rimanere in tema. Purtroppo qui non stiamo parlando di fantascienza cinematografica o di commedie trash, bensì di dati ed eventi tristemente reali e tangibili.

Tralasciando scherzi e metafore animalesche, va dunque detto che dopo il costante bombardamento mediatico degli ultimi tempi, sembrerebbe che una tragedia colossale sia pronta a scatenarsi e a decimare la popolazione del pianeta. Parlando di dati ufficiali, poche settimane fa, il segretario dell’O.M.S. Gregory Hartl ha dichiarato che la diffusione del virus A (H1N1) si sta avvicinando a coinvolgere "il 100% del pianeta". Secondo quest’ultimo, almeno 160 Paesi o territori su un totale di 193 aderenti all'O.M.S. sono stati interessati dal virus (3). Si è perciò passati al sesto ed ultimo livello, detto anche picco del periodo pandemico, dove il virus si trasmette in tutta la popolazione e la pandemia è nel pieno del suo corso.

Per ciò che riguarda i numeri di contagiati e morti, in base all'ultimo bilancio diffuso dall'O.M.S., nel mondo i casi confermati di influenza A sono arrivati il 21 agosto a 182.166 e le vittime 1.799, ossia poco più dello 0,9%. Anche se si tratta di un virus molto più contagioso di uno classico, siamo di fronte a una percentuale insignificante di mortalità. Tre volte inferiore a quella di una semplice influenza, e che colpisce perlopiù persone anziane con più di 65 anni e bambini con meno di due anni (4).

Che dire allora di questi dati? Se si dispiegano così tante risorse economiche e vaccini, perché la percentuale di morti è cosi bassa? Ma soprattutto perché un tale accanimento mediatico? Le cifre in merito ci fanno riflettere, e sembrano perciò relativizzare di molto la portata di questa infausta ondata di morte ipotizzata da media e istituzioni competenti. Di certo, però, resta il fatto che le dichiarazioni e gli allarmismi al riguardo non sembrano placarsi, al contrario lo spietato quanto abietto terrorismo psicologico sembra mischiarsi in un crogiuolo di infauste previsioni relative una pandemia mondiale che è pronta – e non si sa cosa stia aspettando – a decimare vittime in tutti gli angoli della terra.

Timori e fobie indotte da questo martellamento continuo, che veicolano in noi ignari cittadini ansie e paure capaci di farci trovare in situazioni di disagio e smarrimento, tali da limitare le nostre azioni di vita quotidiana. Si vive con la paura di andare a fare la spesa o di entrare nella metrò, di camminare per strada o di appoggiarsi a un corrimano. Una psicosi generalizzata che a causa di uno starnuto in un ristorante ti fa passare per uno zombie pronto a schiattare definitivamente di lì a poco. Ma di certo, ed è questa l’autentica tragedia, ci sono soprattutto i guadagni delle case farmaceutiche che vanno alle stelle, altro che stalle, in barba alla crisi economica tanto paventata e che tanto sta dilaniando, come la reale pandemia di questo periodo, le tasche della gente comune. Ma questo è un altra storia. Noi stiamo parlando qui di una storia diversa, non compresa, che si sa, ciò che non è compreso tende a ripetersi.
Facciamo un salto indietro e andiamo nel febbraio 1976, ed esattamente negli Stati Uniti d’America.
Le televisioni dell’epoca mandavano in onda continuamente spot pubblicitari per terrorizzare i sudditi americani e convincerli a farsi vaccinare contro... l’influenza suina!
Avete letto bene: influenza suina. 
Fu il presidente Gerald Ford ad imporre il vaccino, dopo che l’epidemia colpì la base militare di Fort Dix nel New Jersey uccidendo 19 militari. Non è stato detto che molto probabilmente la vera causa di queste morti è da imputare ai numerosi vaccini che i soldati sono tenuti a fare. 
Nella rivista britannica “Time” del 27 aprile 2009, si può leggere in che modo il vaccino del 1976 provocò dozzine di morti e gravi effetti collaterali come la Sindrome di Guillan-Barré (progressiva paralisi agli arti): ci furono più morti (oltre 30) per colpa del vaccino che per il virus dell’influenza suina. 
Oggi, a distanza di ventitré anni, la storia si sta ripentendo: i media trasmettono spot terroristici, i responsabili della salute pubblica creano paura e spingono alle vaccinazioni di massa, Big Pharma si frega le mani. 
I morti e i danneggiati (e non per colpa del virus) cresceranno esponenzialmente parallelamente alle pratiche preventive come le vaccinazioni. Esattamente come in passato.

La storia si ripete, infatti, e si ripetono nel contempo i profitti della case farmaceutiche internazionali. I governi di paesi come Inghilterra, Francia e Australia hanno già dichiarato l'intenzione di voler vaccinare (forse obbligatoriamente) l'intera popolazione, mentre gli Stati Uniti d'America almeno il 50% (cioè 160 milioni). 
Addirittura lo Stato svizzero sta facendo incetta di vaccini, per un totale di 13 milioni di dosi, se si pensa che si contano in Svizzera poco più di 7 milioni e mezzo di abitanti si hanno quasi 2 vaccini per persona. Un’assurdità! Un’assurdità che però peserà sulle casse statali, e farà guadagnare le case farmaceutiche quasi 130 milioni di franchi (fonte : 24 heures). Così almeno ha annunciato Pascal Couchepin al Consiglio nazionale prima di lasciare palazzo federale e tornare definitivamente in Vallese. Spero non in mezzo ai polli e ai porci. Nella penisola vicina invece si viene a sapere che Enrica Giorgetti, moglie dell'attuale Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, è Direttore Generale di Farmindustria (fonte, sito ufficiale di Farmindustria).
Quindi il responsabile del dicastero che controlla, tra le altre cose, la salute degli italiani è sposato con la direttrice della lobbie dei farmaci, che riunisce le 200 aziende del settore più influenti. 
Non male come conflitto d'interessi! Altro che polli, qui son proprio maialate. In totale dunque, i vaccini della Roche, con il suo Tamiflu + 8,25% di vendite in pochi mesi, e della Glaxo, con il suo Relenza + 5,67% di profitti in altrettanti pochi mesi, fanno guadagnare somme enormi alle case farmaceutiche. Ad esempio, ancora la Roche ha guadagnato oltre i 3,5 miliardi di dollari e la francese Sanofi-Aventis ha ricevuto soltanto dal governo USA nel 2008, 195 milioni di dollari. Non male dunque l’incasso di queste case farmaceutiche che da quando la fantomatica pandemia che dovrebbe sterminare l’umanità intera ha fatto, “pardon” rifatto, la sua comparsa stanno ingrassando sempre più le proprie tasche. Una pandemia che come detto causa la morte di una fetta esigua, la 0,9% dei contagiati. Certo, non è da sottovalutare, ma un così sproporzionato rapporto tra pericolosità e guadagni resta una correlazione spregiudicata che fatica a trovare spiegazioni.

E proprio mentre termino di scrivere questo articolo, mi giunge una e-mail della mia università inerente le misure di prevenzione per l’H1N1 e che mi suggerisce di vaccinarmi al più presto. Un infausto gioco del destino? Ma, chi lo sa, forse toccherà anche a me fare il vaccino… La storia si ripete!

Mattia Pacella

Riferimenti bibliografici:
(1)Vedere a questo proposito: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/febbre-suina/febbre-suina/febbre-suina.html
(2)http://www.who.int/csr/don/2009_08_21/en/index.html (fonte O.M.S. - 21 agosto 2009)
(3)http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/tutto-il-pianeta/tutto-il-pianeta.html
(4)http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs211/en/

Per saperne di più
:
http://www.youtube.com/watch?v=hcKmFlPpKzA&feature=PlayList&p=DAE8BFC8B2EDFCBF&index=77

http://www.youtube.com/watch?v=UunAVBecLOk&feature=related

http://en.wikipedia.org/wiki/Oseltamivir

http://www.forbes.com/feeds/afx/2007/04/05/afx3585482.html

http://www.youtube.com/watch?v=ORxUwcIkVgo&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=xRCk-HVCz8w&feature=related

http://www.disinformazione.it/vaccini_squalene.htm

http://www.time.com/time/health/article/0,8599,1894129,00.html

http://www.disinformazione.it/influenza_porcina.htm

http://www.medicinenon.it/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=18

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/tutto-il-pianeta/tutto-il-pianeta.html

http://bourbaki.blog.lastampa.it/bodegones/2009/05/febbre-suina-è-pandemia.html

http://www.who.int/csr/don/2009_08_21/en/index.html

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs211/en/

http://www.24heures.ch/route-tue-jeunes-sida-2009-09-11-0

sabato 31 ottobre 2009

L'occhio interiore

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c'è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro? La Giustizia non è altro che una pubblica merce...
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.


Comincia così l'ultima nuova bellissima canzone di Franco Battiato: Inneres Auge (occhio interiore). Ogni riferimento é puramente casuale, ascoltatela!!!

video

Ed ecco anche il link della recente intervista rilasciata dal cantautore siciliano al "Fatto Quotidiano":

http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2369097&title=2369097

martedì 27 ottobre 2009

Restrizione agli agrocarburanti

La Commissione dell’ambiente, del territorio e dell’energia del consiglio nazionale propone un'iniziativa per stabilire dei criteri vincolanti al commercio di agrocarburanti


Nel contesto di crisi alimentare, sottolineato dal recente appello della FAO e del WFP, l’emergente fenomeno degli agrocarburanti gioca un ruolo molto importante, tanto che la stessa FAO dedica loro il rapporto annuale 2008. Quest’ultimo sottolinea il fatto che, se da un lato gli agrocarburanti contribuiscono solo modestamente alla diminuzione dell’uso di combustibili fossili, dall’altro essi hanno un maggior impatto sull’agricoltura e sulla sicurezza alimentare (diminuzione di terre e di risorse per le culture alimentari e aumento dei prezzi delle materie prime agricole).
Anche la Banca Mondiale si è dedicata al fenomeno, dimostrando che la moda dei biocarburanti, sovvenzionati da importanti sussidi in Europa in America del Nord e in Brasile, é la principale causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime: “Increades biofuel production has increased the demand for food crops and been the major cause of the increase in food prices.” (Mitchell, 2007)
Se, come dimostra una ricerca della stessa BM, l’11% del mais mondiale, il 25% di quello statunitense e il 70% dei nuovi campi di mais è usato per produrre bioetanolo, questo entra in concorrenza con le colture destinate all’alimentazione umana e causa un aumento generale dei prezzi delle materie prime agricole.
Appare logico che se sempre più terreni agricoli sono coltivati per far muovere automobili, sempre meno serviranno a nutrire gli uomini. Da qui si impone una riflessione generale su questo nuovo metodo di procurarsi energia (“che di bio ha solo il nome”), tanto a livello nazionale che a livello internazionale. Da un punto di vista politico ciò può apparire tuttavia complicato: la problematica degli agrocarburanti ci riporta al ruolo strategico e al potere dei giganti dell’agro chimica, principali produttori di semi di maïs, e ai giganti dell’agro-alimentare, nuovi specialisti e maniaccia di quello che è considerato il nuovo oro verde. Non ci è nuovo l’importante peso strategico giocato da queste industrie, capaci di influenzare a loro piacimento importanti decisioni politiche. Nel luglio 2008 il quotidiano inglese “The Guardian” afferma che un gruppo di esperti della BM ha stabilito un rapporto confidenziale dove si sostiene che gli agrocarburanti sono la causa principale dell’aumento del 75% dei prezzi delle materie prime agricole. Tuttavia questo rapporto non viene mai pubblicato, per non contraddire i recenti appelli dei governi europei e americani, i quali dichiarano allora che questo tipo di energia contribuisce meno del 3% all’aumento dei prezzi del cibo e che essa concorre inoltre alla diminuzione di emissioni di gas a effetto serra. Come sottolinea Robert Bailey, “policy adviser” dell’associazione Oxfam International: “Political leaders seem intent on supressing and ignoring the strong evidence that biofuels are a major factor in recent food price rises […] It is imperative that we have the full picture. While politicians concentrate on keeping industry lobbies happy, people in poor countries cannot afford enough to eat”.

Per queste ragioni è quindi da accogliere favorevolmente la recente decisione presa dalla Commissione dell’ambiente, del territorio e dell’energia del consiglio nazionale (CEATE). Con 22 voti contro uno (e 2 astenuti) la CEATE ha deciso il 20 ottobre scorso di approvare e di elaborare una iniziativa di commissione relativa agli agrocarburanti. Attraverso questa iniziativa la Commissione mira a elaborare dei criteri che regolino in maniera più chiara la commercializzazione in Svizzera di questi prodotti: “chiunque produca o venda degli agrocarburanti dovrà assicurarne la tracciabilità. I tipi di coltura destinati alla fabbricazione di agrocarburanti e la trasformazione di agrocarburanti non dovrà concorrere con la produzione alimentare e non dovrà causare né deforestazioni né spostamenti di popolazione”. Inoltre l’iniziativa prevede di rimpiazzare le condizioni di esonero fiscale di cui godono i produttori di agrocarburanti. Tuttavia la produzione di agrocarburanti derivati dai rifiuti o dal biogas continuerà ad essere autorizzata senza restrizione. Si attende ora la decisione dell’analoga commissione del Consiglio degli Stati e poi quella del Parlamento.
Lo sappiamo, la problematica degli agrocarburanti non sarà risolta in Svizzera. La scelta della commissione ci appare comunque coraggiosa in un paese, patria della più grande impresa agrochimica del mondo, e dove il potere politico della lobby dell’agrobusiness resta forte.

Riferimenti bibliografici:

Mitchell D. :”A note on rising Food Prices”, Policy Research Workin Paper 4682 : http://image.guardian.co.uk/sys-files/Environment/documents/2008/07/10/Biofuels.PDF).

http://www.guardian.co.uk/environment/2008/jul/03/biofuels.renewableenergy

http://www.swissaid.ch

The State of Food and Agricolture 2008. Biofuels: prospects, risk and opportunities: ftp://ftp.fao.org/docrep/fao/011/i0100e/i0100e.pdf).

http://www.parlament.ch/f/mm/2009/pages/mm-urek-n-2009-10-20.aspx

sabato 17 ottobre 2009

Giornata mondiale dell'alimentazione

Il 16 ottobre è la giornata mondiale dell’alimentazione. Riflessione sull’annuale rapporto della FAO e del Programma alimentare Mondiale.


E stato pubblicato il 14 ottobre il tradizionale rapporto annuale della FAO e del “World Food Programm” (WFP) sullo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura, dedicato quest’anno alle ripercussioni della crisi finanziaria mondiale sull’accesso al cibo. Si annuncia (ma non è la prima volta) che le persone in stato di crisi alimentare hanno raggiunto la fatidica quota del miliardo. Come avviene normalmente per questo tipo di annunci, tanto drammatici quanto (ahimé) banali, l’appello di FAO e WFP è stato brevemente ripreso dai media. Senza chinarsi troppo sul rapporto ci si limita a citare velocemente l’indignazione di J. Diouf, direttore generale della FAO: "E' intollerabile che aumentino gli affamati. Abbiamo i mezzi economici e tecnici per debellare la fame, quello che manca è una forte volontà politica di sconfiggerla per sempre". (Reuters 14 ottobre; http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE59D05I20091014)

Siamo tutti d’accordo che è indecente l’aumento degli affamati e che la volontà politica di sconfiggere la fame si cela sotto le solite belle parole ma nel concreto è sempre latitante. Tuttavia, una lettura attenta di questo rapporto può fare sorgere il dubbio che anche quest’ultimo (ftp://ftp.fao.org/docrep/fao/012/i0876e/i0876e.pdf) si limiti alla facciata, tralasciando argomenti scomodi come la speculazione finanziaria sulle materie prime e il ruolo giocato dalle multinazionali agricole e dell’agricoltura genetica nella situazione cosi drammaticamente descritta dal rapporto.

Quest’ultimo è costituito da interessanti casi di studio, statistiche, tabelle e tabelline, ecc.. Nulla più. Nell’introduzione a questo rapporto lo stesso Diouf e il direttore esecutivo del WFP Sheeran ci ricordano le tre cause principali di questa situazione critica da un punto di vista alimentare:

1. Livelli elevati dei prezzi delle materie prime
2. La crisi globale che ha colpito la gran parte delle regioni del mondo simultaneamente
3. Il fatto che i paesi in via di sviluppo siano sempre più integrati nel sistema commerciale e finanziario mondiale e sono così maggiormente esposti agli shock dei mercati finanziari

Viene accennato l’aumento del prezzo delle materie prime ma non si parla delle cause di questi aumenti. Su questa tematica la FAO ha pubblicato un rapporto a parte (“The State of Agricultural Commodity Markets”) nel quale si accenna alla speculazione finanziaria sulle materie prime. L’attenzione mediatica è tuttavia riservata al rapporto annuale sullo stato dell’alimentazion e dell’agricoltura e non al citato rapporto, a mio parere più interessante. Ecco il link di quest’ultimo: ftp://ftp.fao.org/docrep/fao/012/i0854e/i0854e.pdf

Come ho già ripetuto in altri testi su questa tematica (Il cibo nell’anno della grande crisi; La maschera dell’etica), l’agricoltura e l’alimentazione sono fenomeni complessi che non possono essere giudicati superficialmente. Pertanto quello che mi preme sottolineare è il fatto che essi non sono concetti singoli ma piuttosto il risultato di una fitta rete di attori (economici, politici, sociali, ecc.) che, combattendo tra loro alla ricerca di obiettivi diversi (profitto, nutrimento, sovranità alimentare, sovranità commerciale, ecc.) ne determinano l’evoluzione. La situazione attuale, quella drammatica annunciata dal rapporto, è quindi principalmente dovuta al ruolo giocato da questi attori e dal loro perpetuo scontro. Uno scontro che, come sempre avviene in questi casi, crea vincitori e vinti.

Lascia quindi perplessi il fatto che il rapporto si concentra sui vinti, senza valutare il ruolo avuto dai vincitori nella triste situazione venutasi a creare. Nelle 61 pagine del rapporto non viene mai accennato il ruolo chiave giocato sull’agricoltura e sull’alimentazione mondiale dai principali protagonisti economici di questo settore: le corporation dell’agrobusiness e dell’agroalimentare. Inoltre, nel rapporto non si parla mai di agricoltura genetica. Quest’ultima caratterizza oramai il modo di fare e concepire l’agricoltura, tanto nei paesi ricchi quanto nei paesi in via di sviluppo. Dopo 15 anni l’agricoltura genetica sembra aver miseramente fallito il finto obiettivo con il quale viene venduta all’opinione pubblica: risolvere le problematiche alimentari di un mondo sempre più abitato ma sempre meno coltivato. Questo tipo di agricoltura, che favorisce le monoculture d’esportazioni poco utili alla sicurezza alimentare (soia, mais, colza e cotone) e che garantisce giganteschi guadagni alle poche grandi aziende che le producono, sembra non aver nessuna relazione con la drammatica situazione esposta nel rapporto. Un rapporto in cui si accenna alla diminuzione degli investimenti agricoli da parte del settore pubblico, ma a proposito non si parla delle norme legislative (nazionali e internazionali) che, a partire dagli anni 80, hanno allontanato il settore pubblico dalla ricerca agricola. I gruppi privati, favoriti dalla protezione intellettuale e dall’avvento dell’agricoltura genetica hanno in effetti saputo creare un vero e proprio monopolio sul vivente e sull’agricoltura. Anche in questo caso, nessun accenno e nessuna critica. Si sottolinea l’importanza dell’accesso a queste nuove tecnologie da parte dei contadini poveri ma non si approfondisce le conseguenze che queste tecnologie hanno su questi contadini poveri (dipendenza dalle multinazionali, monoculture, avvelenamenti, fuga dalle campagne, ecc.).

Lascia quindi perplesso il modo in cui si vuole affrontare la tematica: si parla di situazione drammatica ma non si analizza criticamente la complessità del sistema agricolo mondiale, limitandosi a sottolineare che le precarie infrastrutture nei paesi poveri rendono quest’ultimi perdenti nella competizione internazionale. In una pubblicazione in cui si parla in continuazione del rapporto tra crisi finanziaria mondiale e crisi alimentare non si accenna minimamente alla contraddizione tra un mondo che sempre più soffre la fame e le corporation dell’alimentazione dell’agricoltura che, in barba a questa crisi finanziaria e a questa fame, continuano a presentare rapporti annuali stupefacenti. Non si parla di vinti e di vincitori.

Non è strano che in una pubblicazione in cui si vuole analizzare la problematica della malnutrizione e delle difficoltà di accesso al cibo di un sesto degli abitanti del nostro pianeta non si parla dei principali attori del sistema agricolo mondiale? Non è strano che in questa pubblicazione, dedicata allo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura mondiale, non si parli di un modo di fare agricoltura (OGM) che ogni anno guadagna letteralmente sempre più terreno e che permette ai pochi (i vincitori) stratosferici guadagni senza tuttavia migliorare (ora è evidente) la situazione dei molti (i vinti)?

Per concludere, ecco forse una spiegazione a tutte queste negligenze. Nell’introduzione al rapporto, spunta un piccolo passaggio che mi lascia perplesso: “Collaboration with the United States Departement of Agricolture on certain parts of the report has also been instrumental and is highly valued; we thank them for their efforts and willingness to share their expertise”. Ricordo semplicemente che l’agenzia statunitense per l’agricoltura (USDA), invasa da uomini della potente lobby della agrobusiness, é stata uno dei principali fautori mondiali dell’agricoltura genetica. Difficile quindi considerare la FAO e il WFP degli enti neutrali e il rapporto una pubblicazione indipendente se essa si basa della collaborazione con l’USDA.