martedì 25 agosto 2009

Tira aria di Blues...

In attesa del Blues to Bop ecco qualche video per mettersi nell'atmosfera giusta.
"Sento che l'unico modo per sopravvivere è con dignità onore e coraggio. Ho sentito che in certe forme di musica si riflette questo mio sentimento, ad esempio nel blues, perché è musica per i solisti. Era un uomo e la sua chitarra contro il mondo." Eric Clapton
In questo caso sono in 4 contro il mondo...
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John Lee Hooker a Montreux nel 1980
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John Mayall - Room to move (live)
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domenica 23 agosto 2009

Il gioco dell'odio

Mentre uomini continuano a morire in mare, uomini (??) fanno uso ludico (e politico) di queste tragedie.





Nel suo saggio “Vite di scarto”, il sociologo Zygmunt Bauman paragona i rifiuti materiali ai rifiuti umani, ossia tutte quelle persone che non possono contribuire allo sviluppo produttivo della nostra società consumistica. Principale esempio di “rifiuto umano” sono gli immigrati clandestini: “i rifugiati sono rifiuti umani, senza nessuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo e soggiorno temporaneo e nessuna intenzione o prospettiva realistica di assimilazione e inserimento nel nuovo corpo sociale”. La morte di queste “vite di scarto”, come i 73 migranti eritrei morti dopo 23 giorni in balia del mare, e senza che nessuno si sia occupato di loro, non desta quindi nessuno scalpore: morti normali, quasi necessarie, delle quali é meglio non parlare troppo; semplici rifiuti in mare. Mentre queste tragedie si perpetuano nelle acque di Sicilia, i nostri occhi assopiti si chiudono perché è meglio non vedere. Forse però, meglio un’agghiacciante indifferenza, che il sadismo perfido di chi, incitando all’odio verso questi “rifiuti umani" e facendo leva sulla facile molla della paura, ha costruito la propria vittoria politica, in Italia come in Svizzera e in tutta Europa. Ecco, nel video qua sotto, il livello che questo macabro odio può raggiungere: si tratta del nuovo gioco di rete “Rimbalza il clandestino", disponibile sulla pagina di Facebook della Lega Nord. Ideato per coinvolgere “scherzosamente” gli elettori più giovani, l’obiettivo di questo gioco è quello di respingere i tentativi di invasione dei clandestini sulle coste italiane. Lascio a voi giudicare e capire di chi, veramente, si deve avere paura.



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Fonti:

Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Editori Laterza

www.repubblica.it

http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=34027&titolo=Rimbalza%20il%20clandestino%20gioco%20virale%20della%20Lega%20Nord

mercoledì 19 agosto 2009

L’ultima zampata del leopardo

La vicenda dell’eredità di Mobutu mette alla luce le difficoltà della Svizzera e della sua piazza finanziaria nel riaprire le pagine scomode del suo passato.




Ci si potrebbe chiedere, e arrabbiarsi non poco, sul perché la Svizzera è messa ultimamente sul banco degli imputati a causa del segreto bancario da stati che, in quanto ad etica e morale, dovrebbero forse starsene muti. Tuttavia l’orgoglio nazionale, simboleggiato dalla fiera difesa del segreto bancario, non dovrebbe permetterci di vantarci delle responsabilità che tale segreto ha avuto nel corso degli ultimi 50 anni. Il ruolo delle banche svizzere durante la seconda guerra mondiale, emerso una decina di anni fa, ha messo in questione la credibilità del nostro paese e della sua piazza finanziaria, accusata allora di essere stata complice del bieco regime nazista.
Nel corso degli ultimi 50 anni, non solo i nazisti hanno approfittato della discretezza dei nostri banchieri: dittatori e politici corrotti di tutto il mondo, dalle Filippine all’Africa, passando per Haiti, hanno aperto conti privati nelle nostre banche, depositando discretamente (ma forse non troppo) le enormi fortune pubbliche trasformate così in fortune private.
Se l’apertura di questi conti non ha potuto essere evitata, si è voluto tuttavia fare in modo che, a morte avvenuta di questi personaggi, le ricchezze accumulate tornassero a disposizione delle popolazioni alle quale erano state sottratte. Pertanto, come dimostra il recente caso della fortuna del dittatore africano Mobutu Sese Seko, questo impegno sembra essere messo in discussione dalle lacune della nostra legislazione e da una mancanza di volontà politica nel riaprire scomode pagine del nostro recente passato. Ripercorriamo brevemente la vicenda sull’eredità di Mobutu, passata un po’ in sordina dai nostri media, presi forse nella morsa del torpore estivo e dalla volontà di non sputare nel piatto dove si mangia.

Mobutu Sese Seko Kuku Mgbendu Waza Banga ha regnato incontrastato per 32 anni sullo Zaire, uno dei più grandi stati africani, ricchissimo di materie prime (oro, argento, diamanti, cobalto, alluminio, ecc.). In questo trentennio di tirannia, Mobutu e il suo clan hanno accumulato una fortuna rivoltante, che ha permesso loro di vivere una vita da nababbi in un paese tra i più poveri del mondo. Questa fortuna è stata (naturalmente?) depositata nei sicuri forzieri delle nostre banche. Mobuto e il suo regime cleptocratico hanno regnato per più di trent’anni, sostenuti dalle democrazie occidentali che, in un contesto di guerra fredda, vollero farsi amico questo enigmatico personaggio che aveva spodestato il filo marxista Lumuba (primo e unico presidente democraticamente eletto). Così, malgrado le provate violazioni dei diritti dell’uomo, Mobutu instaura delle relazioni cordiali e affari commerciali miliardari con i principali stati occidentali, ricevendo addirittura la visita del papa che ne benedette le nozze. Inoltre, le ricchezze dello Zaire ingolosiscono non poco le multinazionali occidentali (e svizzere), pronte ad investire in progetti faraonici (e sovente inutili) nel paese africano.
Il leopardo di Kinshasa, cosi veniva chiamato per la sua mania di vestire abiti leopardati, ha sottratto allo stato tutte le sue ricchezze, distribuendole soltanto alla sua clicca, e distruggendo completamente l’economia locale a causa di un sistema clientelista e altamente corrotto. Si stima che il clan Mobutu spendeva 50 000 franchi al giorno, tirando profitto non solo dalle ricchezze minerarie del suo paese ma anche dal furto (letteralmente) dei crediti internazionali concessi (facilmente?) al povero Stato africano. Così, nel 1978 il banchiere tedesco Erwin Blumenthal si reca nell’allora Zaire per fare un’inchiesta per conto della Banca Mondiale. Nel 1982, davanti al Tribunale dei popoli, viene pubblicato il Rapporto Blumenthal nel quale viene indicato come le ricchezze accumulate da Mobutu e dal suo clan sono frutto di un vero e proprio furto (per questo si parla di cleptocrazia) ai danni del loro paese. Inoltre, Blumenthal mette l’accento sull’implicazione delle banche e delle industrie straniere coinvolte col regime di Kinshasa.
Nessuna scusa quindi, dal 1982 si sa ufficialmente dell’origine illecita delle fortune di Mobutu. Il mondo finanziario svizzero é perfettamente a conoscenza che il denaro depositato nelle nostre banche é sporco, rosso come il sangue. Ecco quindi il paradosso del nostro caro segreto bancario. Immaginate: si presentano alla banca, distinti e discreti, dei signori congolesi, che vogliono aprire dei conti milionari. A questo punto ecco che entra in gioco il segreto bancario, magicamente capace di pulire le coscienze degli ignari (!!!) banchieri. Perché è proprio questo il bello: il segreto giustifica la mancanza di curiosità, il macabro desiderio di non volersi interessare sulle origini di questo denaro. Il farsi i fatti nostri e non quelli degli altri. Così, protetto e affascinato dalla segretezza delle nostre banche, Mobutu instaura delle relazioni amichevoli col nostro paese. Viene in visita ufficiale a più riprese, compra una villa a Savigny, nel canton Vaud, lo stesso comune dove abita l’allora consigliere federale Pierre Graber. Il presidente del governo di Basilea città li rimette addirittura, nell’ottobre del 1977, la medaglia d’oro onorifica della città, un riconoscimento raramente concesso. Tuttavia, dal 1982 nessuna scusa, si sapeva.

Solo alla morte del dittatore, nel 1997, comincia una trattativa giudiziaria e diplomatica per fare in modo che queste ricchezze ritornino al popolo congolese. Il nuovo Stato nato dalle ceneri dello Zaire, la Repubblica democratica del Congo, ha chiesto alla Confederazione di bloccare questi conti. In un interessante articolo di Daniele Piazza apparso sul settimanale Azione, viene citata una valutazione dell’”Azione piazza finanziaria svizzera”, una ONG che si occupa di monitorare il sistema finanziario svizzero. Quest’ultima afferma che potrebbero essere circa 250 i milioni di franchi appartenenti all’anziano dittatore congolese. Tuttavia questi soldi sarebbero stati sparpagliati qua e là dai suoi eredi, consapevoli delle possibili ripercussioni legali. Ufficialmente quindi, il denaro in questione ammonta a “solo” 7.7 milioni. A partire dal 1997, la Confederazione ha prolungato a più riprese il blocco di questi conti per permettere alle autorità congolesi di fornire le prove necessarie alla restituzione del denaro al governo e al popolo. Cosi, il denaro sottratto da Mobutu é stato fermo per 12 anni, fino a che, il 15 luglio scorso, il Tribunale penale federale di Bellinzona ha deciso che, per mancanza di prove, i circa 8 milioni di franchi depositati nelle nostre banche andranno restituiti… alla sua famiglia. Così, oltre al fatto che la fortuna bloccata dalle nostre autorità è una quantità irrisoria rispetto a quella realmente accumulata dal clan Mobutu, essa sarà generosamente restituita ai suoi eredi. Che beffa!
Da morto, ecco quindi arrivare l’ultima zampata del leopardo di Kinshasa. La vicenda sull’eredità di Mobutu si conclude pertanto nel peggiore dei modi. Uno splendido segnale da parte della Svizzera ai suoi detrattori, a chi l’accusa di essere un cinico paradiso fiscale: “Dittatori di tutto il mondo, leopardi o sciacalli,….nelle nostre banche ci sarà sempre posto per i vostri soldi”. In un periodo in cui la nostra piazza finanziaria à messa seriamente in discussione, ecco che la sentenza del caso Mobutu non porta certo acqua al mulino dei sostenitori del segreto bancario. Tuttavia, meglio questa decisione, per altro poco palpata dai nostri media, che aprire pagine del nostro passato istituzionale e economico che potrebbero essere scottanti. La vicenda degli averi ebraici insegna.

Ecco le ultime tappe giudiziarie della vicenda. A fine 2008 l’avvocato Enrico Manfrini é nominato dal DFAE per difendere gli interessi del Congo. Dopo aver raccolto prove sul regime criminale di Mobutu, accusandolo di aver depredato le risorse dello stato dello Zaire per la propria ricchezza personale e di aver mantenuto il suo clan al potere con la violenza, il 23 gennaio scorso Manfrini invia al Ministero Pubblico della Confederazione (MPC) una domanda di blocco dei fondi. L’avvocato domanda l’apertura di un’inchiesta sottolineando che la rete criminale che fa capo al leopardo di Kinshasa è ancora esistente. Ciò nonostante, il 21 aprile il MPC rifiuta l’entrata in materia e decide che nessuna inchiesta verrà aperta a riguardo e che i fatti sono caduti in prescrizione. Non sostenuto dal governo di Kinshasa (solo da Kinshasa?), l’avvocato Manfrini rinuncia al ricorso. La mancanza di sostegno da parte della RDC è facilmente spiegabile: il trentasettenne figlio di Mobutu, Nzanga è di nuovo nelle stanze del potere. In effetti, dopo essere restato in esilio qualche anno dopo il 1997, Nzanga ha fatto ritorno a Kinshasa, dove oggi occupa il ruolo di….vice primo ministro (qui potete trovare la sua magnifica pagina web: http://www.nzanga.com/index.htm). Ecco quindi spiegata la mancanza di collaborazione da parte congolese, sottolineata anche dall’ambasciatore svizzero a Kinshasa. Spiegato ciò, ci si può chiedere come mai la Svizzera si è piegata a questo conflitto di interesse? Come mai è dovuto intervenire un cittadino privato, il professore Mark Pieth, docente di diritto penale presso l'università di Basilea, a ricorrere in aprile ed a permettere di prolungare la vicenda ancora fino a luglio?

Questo episodio mostra in primo luogo la debolezza della legislazione svizzera che ha permesso, senza nessuna opposizione morale, agli ereditieri di uno dei più crudeli dittatori della storia d’Africa di usufruire, legalmente, della fortuna accumulata in maniera illegale. Siamo quindi di fronte ad una falla legislativa: lo scorso 5 dicembre il consiglio federale a ordinato al DFAE di stabilire un progetto di legge che permetta di confiscare e di restituire gli averi di origine illecita ai governi democratici. Questi lavori legislativi sono attualmente in corso. Perché allora non si è deciso di aspettare? I conti di Mobutu sono bloccati da 12 anni, perché non si è deciso prima di stabilire una legge di questo tipo? Perché non si è potuto attendere ancora?
Tuttavia, oltre a queste difficoltà legislative che potrebbero essere presto risolte, la vicenda Mobutu ci mostra chiaramente una mancanza di volontà da parte delle nostre autorità di riaprire scomode pagine del nostro recente passato. Se le prove dell’Avv. Manfrini fossero state accettate, non era forse come ammettere che le nostre autorità non solo sapevano, ma collaboravano col dispotico regime di Mobutu? Meglio quindi chiudere la faccenda, restituendo questa fortuna (e ripeto, solo una minima parte di essa) alla famiglia del dittatore, evitando così un imbarazzante mea culpa. Da un lato si ammette l’origine illecita della ricchezza di Mobutu (caduta però in prescrizione), dall’altro non si vuole analizzare le relazioni avute dalle istituzioni, dalle banche e dalle industrie svizzere col regime Mobutu. Per esempio, il rapporto Bluementhal cita il consigliere federale ticinese Nello Celio, il quale viene accusato di essersi occupato della gestione degli interessi di Mobutu, promovendone l’immagine nell’ambiente finanziario e bancario svizzero. Celio, all’epoca amministratore di Alusuisse, ditta che ha fatto grassi affari nella martoriata terra zairota, viene accusato da Blumenthal di essere l’uomo di Mobutu in Svizzera. Non era opportuno, da un punto di vista storico, fare un’inchiesta in questo senso? Inoltre, come detto, le relazione tra Mobutu e la Svizzera sono evidenti: oltre ai soldi, Mobutu ha una casa a Savigny ed é venuto spesso nel nostro paese a farsi curare. Molte imprese svizzere hanno investito e fatto affari in Zaire: la bilancia commerciale del 1986 diceva che il paese africano importava merci (soprattutto prodotti chimici e macchinari) per una valore di 40 milioni di franchi.
Se la fortuna di Mobutu fosse ritornata al popolo congolese, ciò avrebbe implicato l’ammissione dei legami amichevoli tra il leopardo e i nostri uomini di stato, le nostre banche e le nostre industrie. Data la natura illecita di queste fortune si sarebbe dovuto aprire un’inchiesta per capire:
- quali politici hanno collaborato, e se hanno ricevuto compensi illeciti
- quali banche hanno gestito le immense fortune, e se hanno ricevuto compensi illeciti
- quali imprese hanno fatto affari in Zaire, e se hanno ricevuto compensi illeciti

Ecco quindi che si è preferito chiudere così la vicenda, accusando il Congo di scarsa collaborazione (cosa sicuramente veritiera). Le pagine della storia a volte è meglio tenerle chiuse, aprirle potrebbe sempre essere imbarazzante. Non abbiamo visto, non abbiamo sentito…forse è meglio che non parliamo nemmeno.


Riferimenti bibliografici

Dungia E., Mobutu et l'argent du Zaïre, L’Harmattan

Pain Pour le Prochain ; Moubutisme, guerre froide, pillage et Cie : Les rélations Suisse-Zaïre de 1965 à 1997 ; http://www.ppp.ch/cms/IMG/Mobutisme_2-97.pdf

Piazza D., Caso Mobutu, la resa dei conti, Azione 03.08.09; http://epaper.azione.ch/ee/azion/_main_/2009/08/03/012/azion-_main_-2009-08-03-012.pdf

http://www.aktionfinanzplatz.ch/

http://www.eda.admin.ch/etc/medialib/downloads/edazen/home.Par.0014.File.tmp/090721_Chronologie_blocage_avoirs_Mobutu_it.pdf

http://archives.24heures.ch/VQ/LAUSANNE/-/article-1997-09-1903/le-seigneur-du-chaos-mobutu-sese-seko-figure-de-proue-de-l-afrique-postcoloniale-au-moment-de-son

http://www.nzanga.com/index.htm

venerdì 14 agosto 2009

Era un lunedì mattina di 40 anni fa...

Well, i stand up next to a mountain
And i chop it down with the edge of my hand


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mercoledì 12 agosto 2009

Aiuti statali e tetti salariali: due pesi due misure.



“La piazza finanziaria svizzera deve restare competitiva. Lo stato non deve mettere il naso negli affari degli altri.” Per queste (e altre) ragioni, il consiglio degli stati ha deciso ieri di non accettare la proposta che intendeva fissare dei tetti salariali per le banche e le imprese che sono state soccorse dallo Stato.
Nel pieno della crisi finanziaria, nell’autunno scorso, i super bonus furono al centro dell’attenzione dell'opinione pubblica. Tutti, partiti borghesi compresi, indicavano scandalizzati che queste esagerate remunerazioni erano una delle cause principali della crisi. Ora, sappiamo benissimo che queste cause andavano (e vanno) ricercate altrove. La questione dei super bonus ha tuttavia aperto una questione morale: è giusto che, mentre sempre più persone subiscano direttamente le cause della crisi (disoccupazione, potere d’acquisto, perdita di competitività, ecc. ), altre (poche!) vengano premiate in maniera esorbitante per un lavoro svolto male? E accettabile che, mentre lo Stato ha dovuto accendere le sirene dell’ambulanza e correre in fretta e furia al soccorso di una banca come UBS, quest’ultima si permetta di continuare a versare i propri bonus milionari?
Se è giusto o sbagliato sta ad ognuno di noi deciderlo. Fatto strano è che, mentre lo stato è corso al soccorso della banca, lo stesso stato ammetta ora che non è compito suo ficcare il naso negli affari di UBS e nella politica salariale delle imprese private. Inoltre, altro fatto strano, i bonus vengono versati malgrado la situazione della banca è sempre nelle cifre rosse. Il secondo trimestre 2009 di UBS si è in effetti chiuso con una perdita di 1.4 miliardi di franchi. Per ridurre i costi la banca ha tagliato ultimamente 4400 dipendenti. In questo contesto, ecco che settimana scorsa più fonti affermano che UBS ha stanziato 1.7 miliardi di CHF per ricompensare l’arduo lavoro dei suoi menager alla fine dell’anno. Non sono esperto di finanza, ma mi chiedo ingenuamente: dei 6 miliardi di CHF prestati dalla Confederazione (senza citare il ruolo della Banca nazionale) ad UBS, 1.7 vanno ad alimentare bonus salariali di persone già straricche? E normale? E giustificabile? E comprensibile? E semplicemente scandaloso! Ma è anche stramaledettamente normale tanto che al consiglio degli stati tutto ciò sembra non importare. Nel frattempo, Hans-Rudolf Merz ci ricorda che, a proposito delle remunerazione dei menager, sono in corso delle consultazioni per trovare delle regole più restrittive in seno all’autorità di vigilanza dei mercati finanziari, la FINMA. A titolo puramente informativo (!!!) il Consiglio di amministrazione di quest’organo è presieduto da Eugen Haltiner, ex dirigente UBS (Business Group Vice Chairman di UBS nel 2005). Chi ci crede più…

FFF 12.08.2008

lunedì 3 agosto 2009

La maschera dell'etica

Quando le pratiche etiche e sociali delle imprese sono solo una maschera per giustificare i propri prodotti e invadere i mercati. L’esempio dell’industria agrochimica e degli organismi geneticamente modificati.



Il liberalismo selvaggio, caratteristico degli ultimi decenni, ammetteva cinicamente che un’impresa non ha dovere alcuno verso la società, se non quello di utilizzare le proprie risorse nel modo più ottimale possibile, alla ricerca del massimo profitto. Ecco quindi, che nel nome della libertà d’impresa, i bambini cuciono palloni, le acque e l’aria vengono inquinate, gli uomini politici corrotti, i personaggi scomodi eliminati, ecc.. A causa dei molti scandali scoppiati in questi ultimi anni, l’opinione pubblica è sempre più attenta a giudicare negativamente queste pratiche e a penalizzare le imprese che peggio si comportano da un punto di vista etico. In questo contesto è sempre più di moda il concetto di responsabilità sociale (Corporate Social Responsability, CSR), il quale pretende di integrare nella strategia dell’impresa non solo risultati economici ma anche preoccupazione di natura etica. Profitto e sostenibilità, due concetti fino a poco tempo fa inconciliabili, sembrano dunque intrattenere delle relazioni sempre più intime: le imprese sembrano aver capito che non devono tener conto della loro attività ai soli azionisti ma alla società intera. Seppur questa presa di coscienza non può che esser accolta in maniera positiva, è opportuno verificare ogni singolo caso: essa è in effetti legata ad una promozione dell’immagine della ditta più che ad una sincera e disinteressata presa di coscienza. In questo senso le pratiche di CSR sono una sorta di veicolo pubblicitario eticamente corretto, delle “misure cosmetiche” (Etwareea). Molte imprese non sono repentinamente diventate più buone, più brave e più caritatevoli, esse hanno semplicemente indossato la maschera dell’etica per giustificare le proprie azioni di fronte ad un’opinione pubblica diventata più attenta. Tramite le pratiche di CSR e un discorso etico, molte multinazionali tentano di pulirsi la coscienza continuando a dettare le regole e i prodotti (a volte molto discutibili) da commercializzare per massimizzare i loro profitti. Attraverso l’esempio delle multinazionali agrochimiche, produttrici di organismi geneticamente modificati (OGM), l’obiettivo di questo breve articolo è di rendere attenti sulle pratiche di CSR e sul discorso etico proposto dalle grandi imprese. In effetti, dopo le critiche che hanno toccato la produzione di OGM alla fine degli anni ’90, i giganti del settore, girando il discorso a proprio favore e promovendo codici etici, fondazioni e programmi nei paesi poveri, hanno tentato di giustificare e diffondere i loro prodotti sottolineandone il contributo per le sorti dell’umanità. Contributi ancora una volta smentiti dai dati.

Quando nel 1999 Monsanto annuncia la propria intenzione di acquistare la ditta di sementi Delta&PineLand (D&PL), depositaria del cosiddetto brevetto Terminator, una particolare tecnologia che rende le piante sterili e incapace di generare semi, la protesta anti OGM raggiunge il suo apice. Il gruppo RAFI lancia una campagna globale, “Ban Terminator”, e le pressioni dell’opinione pubblica mettono a dura prova la nascente industria delle biotecnologie. Queste pressioni, che in Europa hanno contribuito alla creazione di una legislazione poco favorevole, hanno in effetti costretto molte imprese, in quegli anni attive nel settore delle scienze della vita, a sbarazzarsi della proprie divisioni agricole per non compromettere la loro immagine di fronte all’opinione pubblica. Cosi, Novartis e AstraZeneca decidono di focalizzarsi sul settore farmaceutico sgombrandosi delle loro divisioni agricole, fondendole e creando Syngenta, la prima multinazionale dedicata interamente all’agrobusiness. Aventis vende anch’essa la propria divisione agrochimica a Bayer. Monsanto si separa dalla multinazionale farmaceutica Pharmacia & Upjohn con la quale aveva fusionato solo un paio d’anni prima. Oltre a ragioni di mercato, queste scorporazioni dei settori agricoli testimoniano la volontà di non voler compromettere l’attività degli altri settori (farmaceutico soprattutto) a causa delle ferventi polemiche che toccarono gli OGM agricoli e delle difficoltà legislative che ne sono conseguite. Alla fine degli anni ’90, il futuro di questo commercio sembrava quindi in grave pericolo. Un rapporto della Deutsche Bank titolava GM are dead, facendo intendere la fine commerciale di questi prodotti a causa della demonizzazione crescente degli OGM e della conseguente perdita di investitori. Nei primi mesi del 1999 Monsanto, divenuta a causa delle semenze Terminator una delle multinazionali più criticate del mondo, aveva perso il 20% del proprio valore azionario, dimostrando lo scetticismo degli investitori verso la strategia della ditta (Meldolesi). A questo punto l’impresa di St. Louis, che fino ad allora portava avanti una strategia piuttosto aggressiva verso i propri oppositori, decide di addolcire la propria posizione. Il CEO Robert Shapiro scrive una lettera pubblica al direttore della fondazione Rockefeller nella quale si afferma la volontà della ditta di abbandonare per il momento lo sviluppo di sementi Terminator e la rinuncia ad acquistare D&PL. Il significato di questa marcia indietro è chiaro: il gigante della manipolazione genetica in agricoltura è costretto a trattare con i suoi oppositori, come è dimostrato da un “dibattito pubblico storico” svolto nell’ottobre del 1999 tra Shapiro e Lord Melchett di Greenpeace (Meldolesi).
A partire da questo momento, Monsanto e i giganti dell’agrochimica cambiano strategia e, calando la maschera dell’etica, si profilano come Zorri moderni il cui obiettivo è quello di sfamare gli ultimi della terra. Avendo investito delle somme di denaro esorbitanti nello sviluppo di OGM, le imprese non potevano rendere vani tali investimenti a causa delle pressioni dell’opinione pubblica. Per riuscire nell’obiettivo di diffondere i prodotti agrobiotecnologici nel mondo, le imprese decidono di mettere in atto una strategia di comunicazione portata a mostrare il contributo e i benefici portati dalla loro attività e dai loro nuovi prodotti nella risoluzione delle problematiche alimentari che colpiscono il pianeta. Per prima cosa, le imprese stabiliscono i propri programmi di CSR proponendo dei codici di condotta e delle carte etiche dove elencano il proprio impegno alla trasparenza, al dialogo, alla divisione dei benefici e promovendo progetti umanitari e fondazioni filantropiche. Il filo conduttore di tutto ciò è un discorso indirizzato a promuovere le loro tecnologie genetiche, a venderle come mezzi indispensabili nella risoluzione dei principali problemi che attanagliano l’umanità, come le problematiche alimentari nei paesi poveri e l’abuso della chimica nell’agricoltura. Ecco quindi, per esempio, nella pagina web di Monsanto dedicata a la CSR: “Con lo sviluppo delle moderne pratiche agricole e delle colture ad alto rendimento, stiamo aiutando i contadini del mondo intero a creare un futuro migliore per i bisogni umani, l’ambiente e le economie locali. Incrementando la produttività agricola, i contadini potranno produrre più cibo, fuel e fibbre sul medesimo territorio dove prima si produceva meno, aiutando l’agricoltura a soddisfare i bisogni futuri dell’umanità. Inoltre, l’aumento della produttività permetterà ai contadini di produrre di più con lo stesso o con un minor utilizzo di energia e di pesticidi.” (Monsanto)
Anche Syngenta cerca di fare passare questo messaggio quanto al suo ruolo decisivo per la sorte dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’ambiente: “Syngenta è guidata dalla convinzione che la creazione di valore dipende dall’integrazione di successo di performance economiche, sociali e ambientali. Syngenta si prefigge di promuovere e mantenere degli elevati standard di responsabilità sociale dell’impresa ovunque nel mondo, in un settore industriale che è essenziale per l’agricoltura e la produzione di cibo globale.” (Syngenta)
L’aumento della popolazione e la diminuzione di terre coltivabili é l’argomento di promozione preferito dalle imprese: “I nostri prodotti innovativi nella protezione delle culture e nelle sementi sono un contributo essenziale per garantire sufficientemente cibo e fibre alla popolazione mondiale, la quale sta crescendo da 6.5 miliardi di persone oggi a un prevedibile 9.4 miliardi nei prossimi 25 anni. Per nutrire questo numero di persone, con lo stesso territorio agricolo dedicato al cibori oggi, bisognerà aumentare di almeno il 50% il rendimento di un terreno agricolo.” (Syngenta)
Ecco quindi che le pratiche di CSR fanno parte di un discorso e di una strategia volta a mostrare come l’attività dell’impresa e la sostenibilità dell’agricoltura vadano nella stessa direzione e sono quindi perfettamente compatibili: “La Responsabilità Sociale è parte integrante di ciò che facciamo. La nostra attività dà un contributo positivo alla società, aiutando i contadini a raggiungere importanti obiettivi globali. Sviluppando prodotti innovativi e lavorando con i contadini stessi per garantire un uso appropriato di questi prodotti, stiamo contribuendo alla sostenibilità dell’agricoltura.” (Syngenta)
Il progetto di fare accettare le biotecnologie mostrandone i benefici é sostenuto anche dalla creazione di organi di gestione dell’informazione e di promozione delle agrobiotecnologie, anch’essi mascherati sotto una maschera umanitaria e filantropica. Ne è un esempio, l’International Service for the Acquisition of Agri-Biotech Applications (ISAAA), finanziato tra gli altri da Monsanto e Bayer Crop Science, il quale si prefigge di diffondere “i vantaggi delle biotecnologie agricole per gli agricoltori poveri nei paesi in via di sviluppo” (ISAAA). Questi organismi, cosi come le fondazioni che fanno referenza alle stesse imprese come la Syngenta Foundation for Sustainable Agriculture o la Monsanto Found, sono dei cavalli di Troia che aiutano a diffondere le biotecnologie agricole grazie ad un discorso filantropico e apocalittico secondo il quale solo gli OGM saranno in grado di risolvere le problematiche alimentari del pianeta. Le imprese si ergono quindi a paladini della giustizia, attori che spinti da sincere preoccupazioni etiche combattono per un mondo migliore, dove nessuno soffre la fame.

Così, dopo aver rischiato di scomparire una decina di anni fa, l’industria agrobiotecnologica si profila più forte che mai. Nel 1996 la superficie agricola coltivata con OGM era di 1.66 milioni di ettari, nel 2004 a 77.5 milioni e nel 2008 si è issata 125 milioni. In 12 anni gli OGM coltivati nel mondo si sono moltiplicati per 75 (ISAAA). Analizzando i profitti di Monsanto e Syngenta, le sole multinazionali focalizzate esclusivamente sull’agricoltura, notiamo come la loro situazione finanziaria sia ottima: tra il 2004 e il 2008 Monsanto ha raddoppiato le sue vendite. Dal 2004 i profitti netti sono aumentati in maniera impressionante: + 293% nel 2004, -4% nel 2005 e poi +170% nel 2006, + 44% nel 2007 e + 104% nel 2008 (Monsanto). Syngenta ha aumentato i profitti netti del 124% nel 2004, del 24% nel 2005, del 13% nel 2006 del 27% nel 2007 e del 38% nel 2008. In questo 5 anni le vendite sono aumentate del 37% (Syngenta).
L’inondazione dei mercati di prodotti agricoli geneticamente modificati e l’attività industriale portata avanti da Monsanto e Syngenta è stata così giustificata da un discorso che concede a queste tecnologie la licenza a operare. Attraverso pratiche di CSR, l’industria cerca di mostrare il suo ruolo sociale in quanto vettore principale di benessere, presente e futuro. Seguendo il principio del capitalismo secondo il quale la ricerca del benessere individuale (massimizzazione dei profitti) porta ad un benessere collettivo, le pratiche di CSR cercano di mostrare che il benessere dell’impresa e quello della società in generale (delle popolazioni, dell’ambiente, ecc.) sono compatibili. Mettendo l’accento sul loro ruolo di salvatori dell’umanità, indispensabili nella risoluzione delle problematiche alimentari e ambientali legate all’agricoltura, queste imprese sono state abili a girare il discorso a proprio favore: “chi è contro di noi è contro l’umanità e il suo diritto ad alimentarsi”.
Tuttavia, i dati mostrano chiaramente come le pratiche di CSR e il discorso etico siano solo una maschera per giustificare l’invasione degli OGM e i profitti delle imprese. Non bisogna essere degli esperti per avere dubbi di fronte al discorso proposto dall’industria e dai propri organi di propaganda, essendo le contraddizione tra questo discorso e alcuni dati numerici talmente eclatanti. Come possono queste multinazionali giustificare che l’agricoltura genetica risolverà le problematiche alimentari, quando la superficie di OGM nel mondo è coperta da sole 4 culture: 55% di soia, il 30% da mais, il 12 da cotone e il 5% da colza? Questi dati, che ci sono forniti dalla stessa ISAAA, dimostrano che la totalità delle culture OGM non ha niente a che vedere con la risoluzione delle problematiche alimentari. A meno che l’umanità non si nutra esclusivamente di soia o cotone. Come può Monsanto dirci che salverà il mondo dalla fame quando l’81% delle sue vendite e l’83% dei suoi profitti nella sua divisione Seeds and Genomics dipendono dal solo commercio di soia, mais e cotone? Evidentemente gli OGM a cultura intensiva, come mais e soia, garantiscono importanti guadagni alle imprese, che cercano cosi di legittimarli parlando di un pianeta sovrappopolato dove si soffre la fame.
Un’altro discorso portato avanti dalle multinazionali agrochimiche per giustificare da un punto di vista etico il loro operare è che, grazie agli OGM, si diminuirà l’utilizzo della chimica nell’agricoltura: “Attraverso l’aumento dell’utilizzo di semenze ibride e della biotecnologia, i contadini stanno raggiungendo l’obiettivo di produrre di più con meno utilizzo di trattori e pesticidi. […] Riducendo l’impronta (footprint) dell’agricoltura, possiamo aiutare a mitigare l’impatto umano sull’ambiente. […] Dal 1996, i contadini hanno tagliato il loro uso di pesticidi di almeno mezzo miliardo di libbre, grazie agli organismi geneticamente modificati.” (Monsanto)
Con che coraggio le principali ditte agrochimiche possono proporre un tale discorso non é dato a sapere. Le vendite nel settore Crop Protection di Syngenta sono aumentate del 22% nel 2008, quelle del settore Agricultural Productivity di Monsanto del 48%. Le venite di Roundup, l’erbicida più diffuso al mondo e abbinato alle sementi geneticamente modificate, sono aumentate del 59% mentre i profitti generati da questo erbicida sono aumentati del 131% sempre nel solo 2008. Delle multinazionali che fondano i loro profitti sulla vendita di erbicidi e pesticidi possono convincerci che lo sviluppo dell’agricoltura genetica porterà ad una diminuzione di tali prodotti?
Questi esempi ci sembrano inconciliabili col discorso proposto dall’industria, focalizzato sulla risoluzione delle problematiche alimentari e sulla diminuzione di pesticidi e erbicidi. Cosi gli OGM e l’attività delle multinazionali agrochimiche sono giustificati da un discorso etico che, oltre ad un forte potere politico e di mercato, ha permesso l’invasione dei terreni agricoli con prodotti geneticamente modificati, rendendo questo processo irreversibile.

In questo periodo di crisi, il sistema capitalista cerca di giustificarsi vestendo gli abiti della morale e dell’etica, come dimostrato dai recenti propositi scaturiti al G8 o dall’enciclica papale. L’esempio degli OGM e dell’industria agricola ci insegna quindi a diffidare dal presunto buonismo e dal repentino filantropismo delle multinazionali e dal loro discorso, allo stesso tempo misericordioso e apocalittico. L’etica diventa una maschera, una risorsa da utilizzare anch’essa nella maniera più efficace per massimizzare i profitti, giustificandone l’azione e cercando di pulirsi la coscienza di fronte all’opinione pubblica. Le pratiche etiche sono sventolate per mostrarsi migliori dei propri concorrenti, in una battaglia pubblicitaria per ostentare l’impresa più buona. Stiamo quindi attenti a questi nuovi Zorri industriali che giustificano l’invasione dei mercati autoproclamandosi salvatori dell’umanità. I dati dimostrano che sono solo i loro profitti a beneficiarne mentre le problematiche che si prefiggono di risolvere non fanno che peggiorare.

FFF, luglio 2008

Riferimenti bibliografici

ETWAREEA R., Le capitalisme face à l’éthique et à la responsabilità, Le Temps 20.6.2009
FRANCHINI F., Les agrobiotechnologies : une histoire des stratégies industrielles, Mémoire de licence e science politique, 2007
MELDOLESI A., Organismi geneticamente modificati. Storia di un dibattito truccato. Einaudi, 2001
MONSANTO, Growht for a better World, 2007 Pledge Report
MONSANTO, Annual Report, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008
SHAPIRO R., Open letter from Monsanto CEO Robert Shapiro to Rockfeller Foundation Gordon Conway and Other, l4.10.1999
SINAI A., Comment Monsanto vend les OGM, Le monde diplomatique, Juillet 2001
SYNGENTA, Annual Report, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008
SYNGENTA, Syngenta Annual Review 2008
SYNGENTA, Stewardship and Sustainable Agriculture: making it work, 2006

http://www.isaa.org
http://www.isaaa.org/resources/publications/briefs/39/highlights/default.html
http://www.monsanto.com
http://www.monsantofund.com
http://www.syngenta.com
http://www.syngentafoundation.org

sabato 1 agosto 2009

Riflessioni del primo d'agosto!

"La paura del pericolo è mille volte più terrificante del pericolo presente."
Daniel Defoe (1660-1731), scrittore inglese.

"All'erta, svizzere e svizzeri!" Già, ma all'erta da chi?

Grazie Toni Brunner, presidente del "partito del ceto medio". Senza te e senza le tue riflessioni che primo d'agosto sarebbe?
Per fortuna, cari amici della patria, ci siete voi a far calar le tenebre, a mantenere, tra un fuoco d'artificio e un discorso illuminato, un necessario stato di angoscia. Travestitevi da Antonio Albanese e distribuiteci psicofarmaci, cari ministri della paura. Siete l'avanguardia!E noi staremo all'erta!

Caro Toni, care concittadine e cari concittadini, lottiamo uniti perché la Svizzera sia sempre quella descritta magistralmente da Ficara e Picone nel video qua sotto.

video


A proposito di patria, che ne pensate della bandiera che, tra il 1798 e il 1803, rappresentava la Repubblica Elvetica?



Non é più carina di quella attuale? Per mantenera una certa conformità, io la bandiera svizzera la farei così......




Ahahha!!