domenica 29 novembre 2009

Votazioni federali!

Ansa. 29.11.2009; 19:00GMT: Pilatus modificati dell’Arabia Saudita attaccano la Svizzera. I sultani wahabiti non hanno digerito il voto contrario ai minareti...

Sognavo che i sondaggi per una volta si sbagliassero.
Sognavo che la Svizzera smettesse di esportare armi.
Odio le armi.
Odio anche i sondaggi.
Per una volta si sono sbagliati.
Ma non dove sognavo.

venerdì 27 novembre 2009

Armi: il santo vale la candela?

Per la pluralità d'opinione, pubblico, ma non condivido, la riflessione di un mio amico sull'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico.




di Nicola Vallarino

Il tema di discussione é complesso ed indubbiamente si presta a prese di posizione fortemente ideologizzate.

Prima di dibattere su questo argomento credo sia interessante distinguere tra 2 tipi di etica chiamate in causa: l’etica così detta ideologizzata e l’etica delle responsabilità.

I comportamenti ed i modi di pensare della prima classificazione sono, come implicitamente espresso dall’etimologia del termine, fortemente connotati da una presa di posizione praticamente impermeabile a qualsiasi forma di critica o contestazione.

È quindi indubbiamente più interessante soffermarsi sulla seconda concezione di intendere l’etica, quella che poi giocoforza si riscontra nella stragrande maggioranza dei cittadini che saranno chiamati alle urne.

L’idea di avere un mondo senza conflitti, con tutte le nazioni che vanno d’amore e daccordo sappiamo bene é stato accantonato da tempo, vediamo quindi nel concreto quali sono costi e benefici che può portare questa iniziativa popolare contro l’esportazione di materiale bellico.

L’impedimento di esportare armi all’estero non avrà alcun effetto pratico sul proseguio dei vari conflitti in corso, questo é bene espresso anche dai promotori dell’iniziativa.

Ci si chiede ma il beneficio allora quale dovrebbe essere ? Taluni asseriscono il fatto di lanciare un messaggio, e cioé che la piccola Svizzera attualmente invischiata in svariate crisi internazionali (Tremonti-Gheddafi-Fisco USA) tenta di ripulire la sua immagine vietando l’esportazione di materiale bellico. Ci potrebbe anche stare non considerando i costi sociali ed economici che il nostro paese dovrebbe assumersi nel caso l’iniziativa venga approvata.

Anzitutto l’"esiguo e discutibile ramo industriale" della produzione bellica conta ca. 15'000 posti di lavoro che andrebbero completamene distrutti (e di riflesso migliaia di famiglie che si troverebbero in difficoltà) in un momento non particolarmente felice dal punto di vista occupazionale. Va ricordato inoltre che i posti di lavoro persi sarebbero perlopiù situati in zone periferiche del paese che verrebbero a trovarsi ancor più in difficoltà non avendo altre industrie sostitutive.

Bisognerebbe inoltre quantificare in seguito il mancato gettito fiscale incassato da cantoni e confederazione derivante dai proventi di questa industria, mancato incasso che di riflesso andrà poi a incidere sulla spesa pubblica in termini di maggiori risparmi.

Varrebbe forse il caso di chiedersi se il santo vale la candela, siamo davvero disposti a sacrificare lo 0.33 % !! delle nostre esportazioni e di fatto bruciare ca. 3 miliardi di CHF del nostro PIL in onore di un presunto moralismo ideologico che mal si concilia con la realtà economica odierna ?

Nicola Vallarino

mercoledì 25 novembre 2009

Riflessioni sull’iniziativa popolare contro l’esportazione di materiale bellico.

Che ben fu il più crudele e il più di quanti
mai furo al mondo ingegni empi e maligni,
ch'imaginò sì abominosi ordigni.
(Ludovico Ariosto)





E la terza volta che siamo invitati ad esprimerci sull’esportazione di materiale bellico. Nel 1972 per poco non si andava vicino alla vittoria: il 49% dei votanti approvò un’iniziativa che intendeva proibire l’esportazioni di armi. Un’altra storia nel 1997, quando solo il 22,5% si espresse a favore di una simile iniziativa. Per cui una dozzina di anni dopo è lecito pensare che il popolo svizzero votante non sia diventato improvvisamente pacifista. Tuttavia le onnipresenti guerre civili, i conflitti in Iraq e in Afghanistan, la sempre instabile situazione in Medio Oriente, le numerose immagini di bambini soldati (con armi svizzere?) e altri fattori possono aver fatto cambiare idea a numerosi connazionali. Nel 2008 le esportazioni di armi svizzere sono aumentate del 55.4%. Un dato che testimonia un’inquietante tendenza al riarmo. Tendenza che i cittadini svizzeri hanno la possibilità di frenare, seppur forse solo in maniera simbolica.

Promotore dell'iniziativa il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSOA)

Contrario al divieto un Consiglio federale che da un lato sventola la bandiera arcobaleno nei propri discorsi ma dall’altro difende strenuamente questo esiguo e discutibile ramo industriale. Una posizione quanto meno contraddittoria.

Ecco qualche esempio dell’incoerenza della politica svizzera in materia di esportazione di materiale bellico.

Parti in conflitto

Pagina 15 del bollettino sulle votazioni federali del 29 novembre: “La Svizzera applica criteri d’autorizzazione severi per l’esportazione di materiale bellico. Sono ad esempio escluse forniture di armi a parti in conflitto o a Stati nei quali i diritti dell’uomo sono sistematicamente e gravemente violati….”

Pagina 16 del medesimo bollettino: “In passato la maggior parte (più del 75%) del materiale bellico è stato esportato verso Stati che condividono valori analoghi a quelli della Svizzera: fra questi l’Australia, l’Austria il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Germania, gli Stati Uniti e la Svezia.

Scusate, Germania e Stati Uniti che ci fanno in Afghanistan? Già, dimenticavo: “missione di pace”! E una questione di termini, ma è sotto gli occhi di tutti che la missione di pace è a pieno titolo un conflitto. La guerra al terrorismo è un guerra. Per cui dalla lista dei 72 paesi a cui si esportano armi svizzere non solo la Germania o gli Stati Uniti sono parti in conflitto. Il 78 % delle armi è in effetti esportato verso paesi impegnati in questa guerra al terrorismo (GB, USA, Germania, Italia su tutte). “Sono escluse forniture di armi a parti in conflitto” si diceva…Dipende dal conflitto? O semplicemente dal termine dato al conflitto. Certo, ultimamente la guerra è detta pace…

Ecco una contraddizione. Altre sono omesse dal fascicolo di voto, ma sono tuttavia reperibili su altri canali informativi della Confederazione. Nella dichiarazione di pagina 16 ci viene detto che più del 75% del materiale bellico è esportato verso Stati che condividono valori analoghi ai nostri. Non ci viene però detto che il nostro primo cliente è il Pakistan con 109 844 910 milioni di franchi spesi per accaparrarsi armi made in Switzerland. Chiedete agli abitanti del Kashmir o del Waziristan se il Pakistan è uno stato in pace! E non mi sembra nemmeno che il Pakistan condivide valori analoghi ai nostri. Tuttavia, per mantenere una certa neutralità, le armi svizzere sono in ogni modo vendute all’India, le cui tensioni col Pakistan per il controllo del Kashmir non sono di fatto terminate. Con lo stesso metodo di imparzialità si vendono armi a Israele, Libano, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, ecc.. Essere neutrali non significa quindi non schierarsi a favore di qualcuno. Significa schierarsi con tutte le parti in conflitto, vendendo armi su tutti i fronti. E questo per salvaguardare lo 0,33% (Fonte: Seco) delle esportazioni complessive della Svizzera?

Diritti umani

Resta inoltre da capire cosa si intende “Stati dove i diritti dell’uomo sono sistematicamente e gravemente violati”. E recente la notizia secondo cui armi svizzere sono state vendute nello stato indiano del Chhattisgarh, dove da anni è in corso una misconosciuta guerra civile tra i ribelli maoisti, i Naxaliti, e miliziani paramilitari dello “Special Police Officers”, legate al politico Mehandra Karma. Diverse fonti, come l’inviato dell’Espresso Alessandro Gilioli e l’ONG Human Rights Watch, indicano la presenza di bambini soldati nei due schieramenti in conflitto.

Il SECO ha ammesso la vendita di 10 mitragliette svizzere allo stato indiano, senza affermare che esse siano venute in contatto con minorenni. Nell’intervista rilasciata il 22 novembre a Swissinfo, Simon Plüss, responsabile del settore esportazione materiale bellico della SECO, spiega come funziona la procedura per la vendita di armi svizzere all’estero. L’intervista mette in evidenza le contraddizioni tra “criteri d’autorizzazione severi” tanto palesati dal governo e i fatti.

L'articolo 5 dell'Ordinanza sul materiale bellico, dove si afferma che “le richieste per l'esportazione di materiale bellico non possono essere concesse se nel paese destinatario vengono sistematicamente e gravemente violati i diritti umani […]” è troppo impreciso e subisce le diverse interpretazioni dei differenti attori che si devono occupare del caso: Seco, dipartimento degli affari esteri, dipartimento della difesa, Consiglio federale.

Queste imprecisioni permettono la vendita di armi allo stato indiano del Chhattisgarh, dove è in corso un conflitto con bambini soldato. Tuttavia la portavoce del seco, Rita Baldegger, ci dice che il Consiglio federale “ha verificato che non ci fosse una grave e sistematica violazione dei diritti umani”. Differenti interpretazioni, ma se questi sono i famosi “criteri d’autorizzazione severi”..

La pace armata

Pagina 20 del libricino di voto: “ Per il consiglio federale, la promozione della sicurezza e della pace nel mondo, il rispetto dei diritti dell’uomo e il promovimento della prosperità sono obiettivi fondamentali della nostra politica estera”

La Confederazione, autodefinitasi promotrice della pace a livello internazionale, non può che dare l’esempio stroncando l’esportazione di materiale bellico. Le guerre continueranno con altre armi, d’accordo. Ma intanto noi ci puliamo la coscienza portando avanti una politica estera pacifista e soprattutto coerente. E inutile ed eticamente privo di senso fornire armi e poi mandare aiuti umanitari per aiutare le persone colpite da queste stesse armi. Pare invece che i nostri governanti abbiano un’altra idea di pace. Una pace armata come è evidenziato dalle parole di Doris Leuthard:

«Ce sujet est vraiment très délicat, tous les hommes et femmes de Suisse aimeraient avoir un monde avec moins de conflits et plus de paix, mais c'est utopiste. Et c'est pour cela que le Conseil fédéral et le parlement doivent dire qu'on vit dans une réalité avec beaucoup de conflits. Du matériel de guerre, ça peut nuire mais ça peut aussi aider dans le cadre de conflits pour ne pas utiliser les armes mais plutôt discuter et dialoguer pour trouver des solutions».

Come dire: con una pistola puntata alla tempia é più facile fare ragionare le persone. “Si ottiene di più con una parola gentile ed una pistola che con una parola gentile soltanto” diceva Al Capone nel film “Gli intoccabili”. La politica estera della Svizzera deve invece prefiggersi l’arduo obiettivo di ottenere di più con la sola parola. Con le pistole ci provano già gli altri.


No all’esportazione di materiale bellico!


Riferimenti bibliografici:

http://www.gsoa.ch/home/
http://www.materialebellico.ch
http://www.seco.admin.ch/aktuell/00277/01164/01980/index.html?lang=it&msg-id=25333
http://www.news-service.admin.ch/NSBSubscriber/message/attachments/14918.pdf
http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/02/01/maoisti-di-krishna/
http://www.swissinfo.ch/ita/prima_pagina/Armi_svizzere_nelle_mani_di_bambini_soldato.html?siteSect=105&sid=11502821&cKey=1258909658000&ty=st
http://www.swissinfo.ch/ita/news_digest/Armi_svizzere_in_mano_a_bambini_soldato.html?siteSect=104&sid=11477592&cKey=1257924511000&ty=nd
http://www.hrw.org/en/news/2008/09/04/india-all-sides-using-children-chhattisgarh-conflict
http://www.20min.ch/ro/news/suisse/story/21776583

mercoledì 18 novembre 2009

Vertice Fao: una foto di gruppo



È in corso a Roma il vertice della Fao sulla crisi alimentare. Pochi capi di Stato del G20 presenti, nessuno del G8. Anzi sì, Berlusconi, chairman del vertice ma con altre gatte da pelare. Presenti invece in maniera massiccia i rappresentanti degli stati africani, i più duramente colpiti dalla crisi. L’esempio viene dall’alto: sciopero della fame di 24 ore del direttore generale Diouf, annullato il cocktail previsto per lunedì.

Si ricorderà il G20 di Londra o diPittsbourgh: capi di stato delle prime 20 potenze mondiali riunite per discutere su come uscire dalla crisi finanziaria. Parole e denaro per venire fuori dal baratro. Cena di gala con signore (o signori). L’immancabile foto di gruppo.

Come tutti gli avvenimenti di questo tipo, anche il vertice Fao ha prodotto la rituale dichiarazione. Un documento composto da cinque principi in cui fondamentalmente ci si impegna a dimezzare entro il 2015 il numero di persone malnutrite (1 miliardo). Non certo una grande novità visto che tale obiettivo è lo stesso che nel 2000 era stato previsto nell’ambito degli Obiettivo di Sviluppo del Millennio, quando gli affamati, numericamente parlando, erano 800 milioni. Un obiettivo irraggiungibile, comunque vada.

Il documento inoltre non tiene in considerazione la richiesta fatta lunedì in mattinata da Diouf, il quale proponeva l’apertura di un fondo annuo di 44 miliardi destinato allo sviluppo delle infrastrutture agricole. Una cifra irrisoria se si considera che i paesi OCSE hanno speso otto volte tanto per sostenere la propria agricoltura nel solo 2007. Senza pensare al denaro speso per salvare banche o per fare guerre (1340 miliardi nel solo 2007, aggiunge Diouf).

Concretamente quello che è stato detto al vertice Fao lo si sapeva già. Servirebbe una messa in discussione generale del sistema agricolo mondiale e della stessa Fao. Urge una riflessione sulla sua efficacia e sulle sue relazioni con altre organizzazioni internazionali, onusiane e non (OMC su tutte). Non è dato a sapere per esempio se le importanti parole espresse recentemente dal Commissario speciale delle nazioni unite per il diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter, siano state prese in considerazione dai delegati Fao. Non si è parlato del ruolo delle multinazionali, delle speculazioni finanziarie sulle materie prime, di OGM, di agrobiodiversità, di biocarburanti, del monopolio delle sementi e dei brevetti. Né soldi, né obblighi, ne messa in discussione quindi. Qualche promessa e qualche parola. Una foto di gruppo.

Riferimenti bibliografici:

http://www.fao.org/news/story/it/item/37421/icode/
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Docs/Declaration/WSFS09_Draft_Declaration.pdf
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Docs/Declaration/K6050REV10F.pdf
http://www.fao.org/fileadmin/templates/wsfs/Summit/Statements_PDF/Monday_16_AM/K6628F.pdf

venerdì 13 novembre 2009

Anche io agevolo!


La notizia è del 21 ottobre: avviso di garanzia nei confronti di Filippo Giunta, presidente dell’Associazione Rototom Sunsplash. Gli si contesta di agevolare l’uso di canapa e di altre sostanze stupefacenti, infrangendo l’art.79 della repressiva legge Fini-Giovanardi. Quest’ultima punisce “chi adibisce o consente che sia adibito un locale pubblico o un circolo privato di qualsiasi specie a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope è punito, per questo solo fatto, con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 3000 ad euro 10.000”.
Pare che "le suggestioni culturali del reggae" portano il suo pubblico a fumare, per cui gli organizzatori vanno puniti. Invero, l’avversione verso il Rototom non è la prima volta che si manifesta: controlli di ogni tipo (ispettorato del lavoro, dell’ambiente, ecc), accusa di abuso di ufficio nei confronti del sindaco di Osoppo, reo di aver permesso la manifestazione, criminalizzazione dei consumatori di canapa (perquisizioni nelle tende!). Così il festival è costretto a migrare, come annunciato dallo stesso Giunta il primo ottobre scorso.

Solidarietà verso il Rototom da molti nomi del mondo dello spettacolo e da politici dell’opposizione. Oggi ci sarà una manifestazione concerto ad Udine ed è stata lanciata la campagna “Io agevolo”. Pronta la risposta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla famiglia e al contrasto della droga, il disonorevole Carlo Giovanardi che consiglia ai colleghi del PD, che hanno espresso solidarietà al Rototom, di scegliersi un’altra causa da difendere. Proprio come ha fatto lui, sceso in campo a difesa della morte di Stato. Ricordiamo in effetti che Giovanardi è proprio colui che pochi giorni addietro si è permesso di giustificare la morte di Stefano Cucchi in carcere, deceduto a suo dire, poiché drogato e sieropositivo. Si sa, in Italia i sottosegretari ultimamente sono un po’ sotto pressione. O sotto inchiesta.

Per chiudere in bellezza ecco un video del 1982 di Lee Scratch Perry che stasera suona al metropop festival di Losanna. Sempre che non lo chiudano per agevolazione.

video



Riferimenti bibliografici:

http://www.rototomsunsplash.com/


http://www.rototomsunsplash.com/ioagevolo.phtml

http://www.affaritaliani.it/static/upl/pdf/pdf.pdf

http://www.affaritaliani.it/entertainment/l_associazione_rototom_replica_su_affaritaliani_it_a_giovanardi121109.html

http://www.affaritaliani.it/entertainment/carlo_giovanardi_ad_affari_festival_reggae_pd_trovi111109.html

http://www.youtube.com/watch?v=YFuVvw1JJeA&feature=related

giovedì 12 novembre 2009

martedì 10 novembre 2009

La non notizia di una notizia!




L’abitudine è avversa al veloce scorrere del fiume di informazione che ogni giorno ci inonda di paure, crudeltà novità, frivolezze e false verità. Immaginate un fatto che si ripete da 18 anni. Inesorabile. Fermo e puzzolente come acqua stagnante. Travolto dalla piena del fiume questo fatto finisce per essere trascinato a valle senza lasciare traccia. Quando poi questo fatto riguarda Cuba, e per una volta positivamente, ecco che esso evapora subito per proseguire il suo ciclo naturale. Pioverà di nuovo il prossimo anno. Puntuale e inutile ancora una volta.

Sono 18 anni che l’Assemblea delle Nazioni Unite vota contro l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense nei confronti di Cuba. Anche quest’anno la condanna da parte della comunità internazionale é avvenuta in modo massiccio. Puntuali, a difesa dell’embargo solo tre stati: gli USA con gli amici israeliani e le Isole Palau. Astenuti la Federazione di stati della Micronesia e le Isole Marschall.

Indipendentemente dalle ideologie, sempre presenti quando si parla di Cuba, l’abitudine di questa notizie potrebbe essere utilizzata per riflettere su altre questioni, che trascendono dalla notizia in sé. Una notizia abitudinaria, appunto perché consuetudine, andrebbe pescata dalla corrente informativa. Andrebbe filettata per comprendere proprio il perché di questa abitudine. Si potrebbe per esempio riflettere sull’effetto non vincolante di questa decisione e sul ruolo delle Nazioni Unite. In vigore dal 1962 l’embargo non molla, malgrado da 18 anni l’Assemblea voti contro. A che serve quindi votare su questa questione? Quale è il ruolo di un’Assemblea che non ha che dei poteri consultivi? Quale è il potere delle Nazioni Unite rispetto al potere di una superpotenza? Se proprio vogliamo, ci si potrebbe anche chiedere come mai le Isole Palau, 19000 anime nell’Oceano Pacifico, indipendenti dal 1994, votano sempre per mantenere il bloqueo. Potremmo riflettere sull’astensione della Micronesia. Perché no, potrebbe essere interessante? Domande che vanno oltre all’essere pro o contro Cuba, ma che ci obbligano a riflettere sull’abitudine. Sulla non notizia di una notizia

sabato 7 novembre 2009

Diritto all'alimentazione e brevetti: due concetti inconciliabili!

Malgrado non occupino un ruolo di primo piano nell’attualità mediatica, cibo, alimentazione e agricoltura sono ultimamente all’ordine del giorno. Interessante e degna di nota a proposito è la recente conferenza stampa del commissario speciale delle nazioni unite per il diritto all’alimentazione, Olivier de Schutter.



Difficilmente mi trovo d’accordo con personaggi di potere. Quando ciò avviene significa che il potere effettivo di questo personaggio e della sua funzione è probabilmente scarso. Per ciò, se il messaggio di un personaggio pubblico mi appare troppo bello, critico al punto giusto nei confronti delle dinamiche dominanti e quasi coerente con le mie idee, intuisco subito che questo personaggio non detiene che un potere di facciata. E il caso del Commissario Speciale delle nazioni Unite per il diritto all’alimentazione e la recente conferenza stampa tenuta alle Nazioni Unite lo scorso 21 ottobre è un perfetto esempio di quanto sopra andavo dicendo.

Olivier de Schutter ha parlato dei problemi legati alla crisi alimentare. Andando subito al sodo si è focalizzato sulle contraddizioni del sistema agricolo mondiale, caratterizzato dal sistema dei brevetti e dal controllo delle sementi da parte di poche multinazionali. Le sue parole fanno appunto ipotizzare che la carica di de Schutter non conta, nei fatti, molto. Tuttavia ecco qualche importante elemento emerso da questa conferenza stampa.

Per prima cosa de Schutter ha messo l’accento su tre importanti fattori di pericolo per la sicurezza alimentare, causati dalla rivoluzione agricola attualmente in corso:

1. la crescente monopolizzazione delle sementi

2 la diminuzione della biodiversità

3 le speculazioni finanziarie sui mercati delle materie prime

Focalizzandosi sul primo fattore di pericolo e disquisendo quindi sulla relazione tra proprietà intellettuale (ricordo che le sementi, le proprietà genetiche di una pianta possono essere brevettate) e diritto al cibo, de Schutter spiega l’importante sfida che tocca i governi. Questi ultimi sono chiamati a rispondere agli impatti causati dal sistema dei brevetti, adottando delle politiche che prevedano l’accesso dei contadini alle sementi. Esortando i governi ad adottare delle legislazioni che vanno oltre il rispetto dei requisiti minimi previsti negli accordi sulla proprietà intellettuale in seno a l’OMC, egli insiste sul fatto che sono gli stessi governi che dovrebbero scegliere un sistema di proprietà intellettuale adatto alle esigenze di sviluppo. Si raccomanda quindi agli Stati di fare di più per l’attuazione dei “diritti degli agricoltori”, come stabilito nell’articolo 9 del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura. Quest’ultimo prevede la tutela delle risorse tradizionali e la partecipazione degli agricoltori nei processi decisionali in materia di legislazione sulla proprietà individuale. De Schutter ha inoltre raccomandato agli Stati di fornire i fondi necessari per creare un sistema di sementi gestito dagli stessi agricoltori, riesaminando le proprie legislazioni in modo da renderle più consone con i diritti degli agricoltori tradizionali, per esempio favorendo lo sviluppo di sementi locali.

Nei paesi in via di sviluppo, il sistema delle sementi ad alta qualità, brevettate e certificate dai governi si sta imponendo su un sistema più tradizionale e informale, basato sulla salvaguardia e lo scambio di sementi tra contadini. Malgrado le qualità delle sementi ad alto rendimento, questo sistema comporta importanti rischi di dipendenza da parte dei contadini verso le società che controllano le semenze. I diritti di proprietà intellettuale si sono in effetti enormemente rafforzati negli ultimi anni, contribuendo a fare aumentare la dipendenza dei contadini verso le grandi imprese. Sottolineando che le prime dieci compagnie di sementi del mondo controllano il 67% del mercato globale dei semi, de Schatter afferma che questa dipendenza influisce fortemente sui redditi degli agricoltori: “increasing dependency on commercial seed varieties monopolized by a few very powerful multi-national companies could severely impact small farmers in developing countries”.

Contrariamente ai fautori dei diritti di proprietà intellettuale, che ne ricordano l’importanza fondamentale per l’innovazione, de Schutter ci ricorda come questi diritti possono rivelarsi paradossalmente un ostacolo per la ricerca. Quest’ultima si deve in effetti basare su delle risorse genetiche preesistenti, già brevettate e quindi difficili da ottenere. In ogni caso, continua il Commissario, la ricerca e i diritti di proprietà intellettuale sono principalmente indirizzati verso grandi contadini dei paesi cosiddetti sviluppati. Per esempio le culture tropicali, importanti per molte persone nei paesi in via di sviluppo sono completamente dimenticate dalla ricerca dominante. Interessante anche il fatto che de Schutter sottolinei che il brevetto delle sementi implica un trasferimento delle risorse fitogenetiche da Sud (dove risiedono le principali risorse fitogenetiche) al Nord (dove hanno sede le principali aziende semenziere) e quindi dai produttori ai proprietari di brevetti: “because most seed companies were situated in the North, intellectual property rights resulted in resource transfers from the South to the North and from food producers to the owners of the patents.”

Il commissario é preoccupato dal fatto che, a causa dei diritti di proprietà intellettuale su cui si è basata ultimamente la ricerca agricola, non sono stati effettuati investimenti in altri metodi di produzione alimentare. Secondo de Schutter, in linea di principio è stato un bene che, dopo trenta anni, il settore privato abbia di nuovo investito in agricoltura. Non vi è però stato un vero dibattito su chi veramente controlla le politiche agricole: il rischio è che le politiche nazionali non vengano prese in considerazione, visto che la direzione della ricerca e degli investimenti è guidata da interessi privati. I governi non dovrebbero quindi elaborare politiche dettate dal settore privato.

Rispondendo ad una domanda de Schutter afferma che la stragrande maggioranza dei brevetti é stata acquisita da imprese del Nord, come la Monsanto, la cui struttura oligarchica è preoccupante, in quanto aumenta la dipendenza degli agricoltori. A proposito continua de Schutter, le legislazioni antitrust dovrebbero essere rafforzate, a livello regionale e internazionale.

Rispondendo ad un’altra domanda e riferendosi al fatto che la FAO ha affermato la necessità di un aumento del 70% della produzione alimentare entro il 2050, de Schutter ci ricorda che è aperto un grande dibattito su come e da chi tale aumento dovrebbe essere garantito. Anche se le Nazioni Unite non hanno ruolo in merito a questo dibattito, che oppone agricoltura organica e agricoltura genetica, una relazione del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha indicato che l’agro-ecologia potrebbe migliorare sensibilmente i rendimenti, e ciò in una materia sostenibile.

De Schutter ha sottolineato infine il fatto che la speculazione finanziaria nel mercato delle materie prime è un problema grave che non é stato affrontato. Sebbene egli avesse presentato proposte al Consiglio dei diritti dell'uomo a tal proposito, nulla é stato ancora fatto.

Sembra che a parlare sia un delegato altermondialista di una ONG ambientalista. Invece riporto semplicemente e quasi alla lettera la conferenza stampa del Commissario speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazioni. Del cui potere sto quindi sempre più dubitando.

Riferimenti bibliografici:

http://www.un.org/News/briefings/docs//2009/091021_de_Schutter.doc.htm

http://www.srfood.org/images/stories/pdf/medias/20091021_press-release_current-intellectual-property-rights-regime-suboptimal_en.pdf

http://www.srfood.org/images/stories/pdf/officialreports/20091021_report-ga64_seed-policies-and-the-right-to-food_en.pdf

mercoledì 4 novembre 2009

I porci scomodi : tra febbre suina e maialate farmaceutiche

Influenza suina : è allarme in tutto il mondo. Così si evince dalle dichiarazioni dell’O.M.S che l’11 giugno scorso ha dichiarato il livello 6 di pandemia, la più elevata delle fasi pandemiche previste (1). I casi di contagio ufficiali erano 182.166 e le vittime 1.799 (2), poco più dello 0,9%. Gli incassi delle multinazionali farmaceutiche intanto vanno alle stelle. Ma cosa si cela realmente dietro tutto questo allarmismo mediatico? Dubbi e lacune di un contagio previsto.


di Mattia Pacella

Dopo l’influenza aviaria, ecco un'altra immane paura : la febbre porcina. In poco tempo si è passati dai polli ai maiali. Nessun salto di categoria, dalle stalle si è restati… alle stalle! Verrebbe scherzosamente da aggiungere, quasi fosse la trama di un film tragicomico diretto dai fratelli Vanzina, che tra l’altro avevano intitolato una loro produzione proprio “Febbre di cavallo”, giusto per rimanere in tema. Purtroppo qui non stiamo parlando di fantascienza cinematografica o di commedie trash, bensì di dati ed eventi tristemente reali e tangibili.

Tralasciando scherzi e metafore animalesche, va dunque detto che dopo il costante bombardamento mediatico degli ultimi tempi, sembrerebbe che una tragedia colossale sia pronta a scatenarsi e a decimare la popolazione del pianeta. Parlando di dati ufficiali, poche settimane fa, il segretario dell’O.M.S. Gregory Hartl ha dichiarato che la diffusione del virus A (H1N1) si sta avvicinando a coinvolgere "il 100% del pianeta". Secondo quest’ultimo, almeno 160 Paesi o territori su un totale di 193 aderenti all'O.M.S. sono stati interessati dal virus (3). Si è perciò passati al sesto ed ultimo livello, detto anche picco del periodo pandemico, dove il virus si trasmette in tutta la popolazione e la pandemia è nel pieno del suo corso.

Per ciò che riguarda i numeri di contagiati e morti, in base all'ultimo bilancio diffuso dall'O.M.S., nel mondo i casi confermati di influenza A sono arrivati il 21 agosto a 182.166 e le vittime 1.799, ossia poco più dello 0,9%. Anche se si tratta di un virus molto più contagioso di uno classico, siamo di fronte a una percentuale insignificante di mortalità. Tre volte inferiore a quella di una semplice influenza, e che colpisce perlopiù persone anziane con più di 65 anni e bambini con meno di due anni (4).

Che dire allora di questi dati? Se si dispiegano così tante risorse economiche e vaccini, perché la percentuale di morti è cosi bassa? Ma soprattutto perché un tale accanimento mediatico? Le cifre in merito ci fanno riflettere, e sembrano perciò relativizzare di molto la portata di questa infausta ondata di morte ipotizzata da media e istituzioni competenti. Di certo, però, resta il fatto che le dichiarazioni e gli allarmismi al riguardo non sembrano placarsi, al contrario lo spietato quanto abietto terrorismo psicologico sembra mischiarsi in un crogiuolo di infauste previsioni relative una pandemia mondiale che è pronta – e non si sa cosa stia aspettando – a decimare vittime in tutti gli angoli della terra.

Timori e fobie indotte da questo martellamento continuo, che veicolano in noi ignari cittadini ansie e paure capaci di farci trovare in situazioni di disagio e smarrimento, tali da limitare le nostre azioni di vita quotidiana. Si vive con la paura di andare a fare la spesa o di entrare nella metrò, di camminare per strada o di appoggiarsi a un corrimano. Una psicosi generalizzata che a causa di uno starnuto in un ristorante ti fa passare per uno zombie pronto a schiattare definitivamente di lì a poco. Ma di certo, ed è questa l’autentica tragedia, ci sono soprattutto i guadagni delle case farmaceutiche che vanno alle stelle, altro che stalle, in barba alla crisi economica tanto paventata e che tanto sta dilaniando, come la reale pandemia di questo periodo, le tasche della gente comune. Ma questo è un altra storia. Noi stiamo parlando qui di una storia diversa, non compresa, che si sa, ciò che non è compreso tende a ripetersi.
Facciamo un salto indietro e andiamo nel febbraio 1976, ed esattamente negli Stati Uniti d’America.
Le televisioni dell’epoca mandavano in onda continuamente spot pubblicitari per terrorizzare i sudditi americani e convincerli a farsi vaccinare contro... l’influenza suina!
Avete letto bene: influenza suina. 
Fu il presidente Gerald Ford ad imporre il vaccino, dopo che l’epidemia colpì la base militare di Fort Dix nel New Jersey uccidendo 19 militari. Non è stato detto che molto probabilmente la vera causa di queste morti è da imputare ai numerosi vaccini che i soldati sono tenuti a fare. 
Nella rivista britannica “Time” del 27 aprile 2009, si può leggere in che modo il vaccino del 1976 provocò dozzine di morti e gravi effetti collaterali come la Sindrome di Guillan-Barré (progressiva paralisi agli arti): ci furono più morti (oltre 30) per colpa del vaccino che per il virus dell’influenza suina. 
Oggi, a distanza di ventitré anni, la storia si sta ripentendo: i media trasmettono spot terroristici, i responsabili della salute pubblica creano paura e spingono alle vaccinazioni di massa, Big Pharma si frega le mani. 
I morti e i danneggiati (e non per colpa del virus) cresceranno esponenzialmente parallelamente alle pratiche preventive come le vaccinazioni. Esattamente come in passato.

La storia si ripete, infatti, e si ripetono nel contempo i profitti della case farmaceutiche internazionali. I governi di paesi come Inghilterra, Francia e Australia hanno già dichiarato l'intenzione di voler vaccinare (forse obbligatoriamente) l'intera popolazione, mentre gli Stati Uniti d'America almeno il 50% (cioè 160 milioni). 
Addirittura lo Stato svizzero sta facendo incetta di vaccini, per un totale di 13 milioni di dosi, se si pensa che si contano in Svizzera poco più di 7 milioni e mezzo di abitanti si hanno quasi 2 vaccini per persona. Un’assurdità! Un’assurdità che però peserà sulle casse statali, e farà guadagnare le case farmaceutiche quasi 130 milioni di franchi (fonte : 24 heures). Così almeno ha annunciato Pascal Couchepin al Consiglio nazionale prima di lasciare palazzo federale e tornare definitivamente in Vallese. Spero non in mezzo ai polli e ai porci. Nella penisola vicina invece si viene a sapere che Enrica Giorgetti, moglie dell'attuale Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, è Direttore Generale di Farmindustria (fonte, sito ufficiale di Farmindustria).
Quindi il responsabile del dicastero che controlla, tra le altre cose, la salute degli italiani è sposato con la direttrice della lobbie dei farmaci, che riunisce le 200 aziende del settore più influenti. 
Non male come conflitto d'interessi! Altro che polli, qui son proprio maialate. In totale dunque, i vaccini della Roche, con il suo Tamiflu + 8,25% di vendite in pochi mesi, e della Glaxo, con il suo Relenza + 5,67% di profitti in altrettanti pochi mesi, fanno guadagnare somme enormi alle case farmaceutiche. Ad esempio, ancora la Roche ha guadagnato oltre i 3,5 miliardi di dollari e la francese Sanofi-Aventis ha ricevuto soltanto dal governo USA nel 2008, 195 milioni di dollari. Non male dunque l’incasso di queste case farmaceutiche che da quando la fantomatica pandemia che dovrebbe sterminare l’umanità intera ha fatto, “pardon” rifatto, la sua comparsa stanno ingrassando sempre più le proprie tasche. Una pandemia che come detto causa la morte di una fetta esigua, la 0,9% dei contagiati. Certo, non è da sottovalutare, ma un così sproporzionato rapporto tra pericolosità e guadagni resta una correlazione spregiudicata che fatica a trovare spiegazioni.

E proprio mentre termino di scrivere questo articolo, mi giunge una e-mail della mia università inerente le misure di prevenzione per l’H1N1 e che mi suggerisce di vaccinarmi al più presto. Un infausto gioco del destino? Ma, chi lo sa, forse toccherà anche a me fare il vaccino… La storia si ripete!

Mattia Pacella

Riferimenti bibliografici:
(1)Vedere a questo proposito: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/febbre-suina/febbre-suina/febbre-suina.html
(2)http://www.who.int/csr/don/2009_08_21/en/index.html (fonte O.M.S. - 21 agosto 2009)
(3)http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/tutto-il-pianeta/tutto-il-pianeta.html
(4)http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs211/en/

Per saperne di più
:
http://www.youtube.com/watch?v=hcKmFlPpKzA&feature=PlayList&p=DAE8BFC8B2EDFCBF&index=77

http://www.youtube.com/watch?v=UunAVBecLOk&feature=related

http://en.wikipedia.org/wiki/Oseltamivir

http://www.forbes.com/feeds/afx/2007/04/05/afx3585482.html

http://www.youtube.com/watch?v=ORxUwcIkVgo&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=xRCk-HVCz8w&feature=related

http://www.disinformazione.it/vaccini_squalene.htm

http://www.time.com/time/health/article/0,8599,1894129,00.html

http://www.disinformazione.it/influenza_porcina.htm

http://www.medicinenon.it/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=18

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/nuova-influenza/tutto-il-pianeta/tutto-il-pianeta.html

http://bourbaki.blog.lastampa.it/bodegones/2009/05/febbre-suina-è-pandemia.html

http://www.who.int/csr/don/2009_08_21/en/index.html

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs211/en/

http://www.24heures.ch/route-tue-jeunes-sida-2009-09-11-0