giovedì 31 marzo 2011

Il portiere goleador!

René Higuita, portiere diverso da tutti gli altri


Dopo tanto blat(t)erare di calcio da corridoio, di Beppe e i suoi, ecco una bella storia di pallone. Una storia di un goal, di una rete speciale.


Brasile, arena Barueri: un normale incontro del campionato paolista.


São Paolo – Corinthias non è però mai una partita normale. È il derby maestoso. A definirlo così fu il giornalista de “A Gazeta Esportiva” Thomaz Mazzoni, dopo il derby del 1942, quando più di settantamila spettatori accorsero al Pacaembu per vedere il debutto nel São Paolo del grande giocatore Leonidas da Silva.


Ma torniamo a noi, 53esimo minuto del derby maestoso: punizione per il São Paolo, al limite sinistro dell’area di rigore avversaria. La posizione preferita da Rogério Ceni, il portiere dei Tricolor.


La tradizione dei portieri goleador in Sudamerica è conosciuta. Si ricorda soprattutto l'eccentrico colombiano René Higuita e il paraguaiano Luis Chilavert. A Francia ’98 una traversa impedì a Chilavert di diventare il primo portiere a segnare nella storia dei mondiali. E poi c’è Rogério Ceni, il meno conosciuto ma sicuramente il più prolifico.


Sugli spalti c’è attesa, trepidazione. Rogério Ceni posiziona con cura la palla. Venti metri più avanti il portiere del Corinthias Julio César (non il nostro!!) si agita, inveisce contro la sua barriera.


Ceni prende la rincorsa, sulla stessa linea orizzontale della palla. Tira:


E foi um golaço. A cobrança partiu da entrada da área alvinegra. A barreira pulou e quase parou a bola. Mas ela foi diretamente para o ângulo de Júlio César, que se esforçou mas não conseguiu impedir a festa de Ceni. O goleiro correu para a torcida, tirando a camisa e girando-a no ar. O jogo parou, já que os companheiros de São Paulo estavam quase todos sobre um Rogério Ceni que, agachado, vertia lágrimas no gramado


Due a uno per il São Paolo. Sugli spalti comincia la torçida con lunghi minuti di festa, di canti e danze. I compagni sommergono un Rogério in lacrime.


Un goal é sempre un goal. Ma questa é una rete speciale: la centesima per il portiere brasiliano, il più prolifico della storia del calcio.


Fonti:


http://classicoeclassico.sites.uol.com.br/sp/corxsao3.htm http://www.courrierinternational.com/breve/2011/03/30/rogerio-ceni-le-gardien-aux-100-buts http://oglobo.globo.com/esportes/mat/2011/03/27/rogerio-ceni-faz-seu-centesimo-gol-924099551.asp


Ecco il 100esimo goal di Ceni!
video

martedì 29 marzo 2011

Blat(t)erare!

Evviva il calcio!


Ginevra, ieri mattina: da una Mercedes nera con targhe zurighesi scende Sepp Blatter, il presidente della FIFA. Ad attenderlo, nella stradina di ghiaia che taglia a metà il bel giardino del club svizzero della stampa, non c’è certo la folla delle grandi occasioni. Qualche giornalista, parecchi fotografi. Lo sguardo del presidente è sereno e disteso. Dispensa qualche sorriso, un ciao come stai ad un cronista inglese.


Accompagnato da due assistenti, un uomo vestito dei colori della FIFA che durante la conferenza non smetterà di leggere una rivista tipo Vanity Fair ed una donna in tailleur nero ed occhiali retrò. Blatter entra nella sala stampa e si sente a casa. Come prima di una partita importante ci si scambia dei piccoli omaggi. Dall’organizzazione dell’evento riceve un coltellino svizzero. In cambio regala un gagliardetto ufficiale della FIFA: “per decorare queste mura, un po’ troppo bianche..”


Titolo della conferenza: “Il successo straordinario della coppa del mondo 2010 in Sudafrica”.


Dopo che una settimana fa mi ero permesso di criticare l’enfasi con la quale veniva descritta la manifestazione sudafricana, ecco una buona occasione per fare il punto della situazione. Tuttavia, dalla presentazione di Blatter non ho ritenuto molto di nuovo. Il mondiale sudafricano ha generato il 59% di profitti in più rispetto a quello tedesco. La FIFA ha lasciato in Sudafrica qualcosa come 700 milioni di dollari, oltre ad aver avviato numerosi progetti di sviluppo come il famoso “foot for hope”. Insomma, un successo.


Dopo questo breve bilancio sulla passata edizione del mondiale, Blatter si è proiettato nel futuro, al prossimo mondiale brasiliano. “Non si avanza”, ha descritto così i preoccupanti ritardi che si stanno accumulando in Brasile. “Di questo passo” bacchetta il presidente “almeno per la Confederation Cup, la prova generale dei mondiali che si svolgerà nel 2013, non ci saranno partite a Rio e a Sao Paolo”.


In seguito Blatter ha spiegato la scelta della FIFA di assegnare i mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar: “il calcio è un fenomeno globale, dobbiamo scoprire nuovi territori”.


Qualche apertura alla tecnologia, ad un eventuale “occhio di falco” che controllerà se la palla è entrata o meno in porta. Si testerà probabilmente in Inghilterra: “..in seconda o terza divisione..”.


La conferenza è finita, nessun accenno alle prossime elezioni all’interno della FIFA e nemmeno alle critiche ricevute alla presentazione del rapporto finanziario e alla questione dei bonus.


Alla domanda di una giornalista spagnola sull’esenzione fiscale della quale avrebbero beneficiato gli sponsor della FIFA in Sudafrica, Blatter non risponde. Il presidente preferisce le domande più inerenti al calcio giocato.


“Quale sono i suoi giocatori africani preferiti?”


“La lista è lunga. Potrei dire Adebayor che ad Arsenal segnava molto e ha continuato a farlo prima a Manchester ed ora Madrid. Per non parlare poi di Samuel Eto’o, ma qui non posso troppo esprimermi perché è nato il mio stesso giorno… “


Sepp Blatter preferisce quindi il calcio, quello vero, giocato sul campo undici contro undici. È così d'altronde che ha cominciato la sua conferenza. Parlando del lato sportivo dei mondiali, più particolarmente della finale:


“Per fortuna che al 114 minuto dei supplementari Iniesta ha consegnato alla Spagna una vittoria tutto sommato meritata. Un gol che ha evitato i rigori. Il calcio è un gioco collettivo, è peccato che diventi un gioco individuale. L’ultima volta che una finale si é chiusa ai rigori, a Pasadena nel 1994, è stato drammatico. Franco Baresi soffre ancora oggi a causa dell’errore dagli undici metri. Baggio, beh Baggio forse ha sofferto meno…”


Nessuno nella sala si è permesso di fare notare al presidente che cinque anni fa in Germania fu l’Italia a battere ai rigori la Francia, dopo un errore dal dischetto di Trezeguet. Eppure Blatter era presente alla partita... Che ciarlone.


Vocabolario:


Blat(t)erare: ciarlare confusamente, tartagliare. Esprimere qualcosa parlando a vanvera.


Blat(t)erone: Ciarlone, che parla senza senso.



mercoledì 23 marzo 2011

Il pallone d'oro!

L’annata 2010 è da considerarsi molto positiva per la FIFA. La coppa del mondo in Sudafrica ha generato grandi benefici e gli alti dirigenti non si sono certo lasciati mancare una ricompensa.

Benefici e bonus

“Per il gioco, per il mondo”. Sepp Blatter conclude così il messaggio con cui introduce il rapporto finanziario della FIFA per il quadriennio 2007-2010 presentato qualche giorno fa a Zurigo. Per il gioco, per il mondo ma anche per il conto. Già, perché in quattro anni la federazione internazionale di calcio ha visto i benefici netti raggiungere quota 631 milioni di dollari[1]. Grazie al successo dei mondiali sudafricani il profitto netto per il solo 2010 ammonta a 202 milioni di dollari. Julio Grondona, presidente della Commissione delle finanze, è più schietto e parla di un quadriennio palpitante, di un vero e proprio successo finanziario. Un risultato importante che permette alla federazione di elargire cospicui bonus ai propri dirigenti. Nel rapporto è indicato che 32.6 milioni sono destinati a retribuire delle “prestazioni a corto termine”, veri e propri bonus versati ai principali dirigenti, membri del comitato esecutivo e della Commissione delle finanze[2]. In totale sono 34 le persone toccate da queste particolari retribuzioni: grosso modo, un milione di dollari in media per ogni alto funzionario del calcio globale[3].


Il mondiale sudafricano


“Il mondiale africano è stato un successo che ha permesso alla federazione di aumentare gli investimenti nei progetti di sviluppo” ha affermato un raggiante Sepp Blatter. Non tutti però sono d’accordo. Forti critiche sono state mosse soprattutto da parte delle associazioni attive nell’aiuto allo sviluppo. Soccorso Operaio Svizzero ha commissionato uno studio molto avverso sul reale impatto del mondiale sudafricano. Secondo questo studio, la coppa del mondo ha creato una perdita per lo stato africano di quasi 3 miliardi di franchi (invece dei 700 milioni di utili previsti) [4]. Causa di questo deficit anche i mancati introiti del fisco: in vista dei mondiali lo stato sudafricano ha creato un emendamento speciale per concedere alla FIFA importanti agevolazioni fiscali[5].


E gli investimenti nei progetti di sviluppo? Si è parlato molto del programma “Foot for hope” che prevedeva la creazione di 20 centri per promuovere salute, educazione e calcio nelle comunità più sfavorite di tutta l’Africa. A titolo comparativo: il budget previsto per questo progetto, 34 milioni di dollari, è quasi uguale al totale dei bonus ricevuti da 34 dirigenti[6].

Associazione a scopo non lucrativo

La FIFA ha sede in Svizzera, a Zurigo. È considerata un’associazione senza scopi lucrativi di pubblica utilità[7] e, in quanto tale, beneficia di uno statuto fiscale particolare che la esonera dalle tasse cantonali e comunali. Naturalmente, come ricorda l’amministrazione federale delle contribuzione (AFC), autorità di sorveglianza in materia di imposta federale diretta, un esonero accordato ad un’associazione porta esclusivamente sui benefici realizzati da quest’ultima. I salari e altre remunerazioni agli impiegati restano imponibili. D’accordo, ma è giustificabile classificare come associazione senza scopo di lucro un ente che versa compensi milionari ai propri dirigenti? A questa domanda l’AFC e il Dipartimento delle finanze di Zurigo preferiscono non esprimersi, additando ragioni di segreto fiscale[8].
I politici dal canto loro sono più loquaci e da destra a sinistra si esprimono in modo critico sulle pratiche della FIFA. A destra, con il consigliere nazionale UDC Ronald Büchel che si dice sorpreso del fatto che dei funzionari benevoli prendono dei milioni di bonus, soprattutto se si tiene in conto che si tratta di una società che non paga quasi imposte. Al centro la democristiana argoviese Rut Humbel afferma la necessità politica di occuparsi seriamente di questa questione e dello statuto di certe società senza scopo di lucro[9]. A sinistra, il vodese Zisyadis si dice scandalizzato e parla di vera e propria frode fiscale e di raggiro dello statuto di associazioni senza scopo di lucro[10].

L’esempio vodese


Il caso della FIFA impone una riflessione sullo statuto di società senza scopo di lucro. Oltre alla FIFA il nostro paese ospita molte altre federazioni di questo tipo. Il Canton Vaud é un esempio molto significativo poiché vi hanno sede 26 federazioni e 20 associazioni sportive internazionali (dal CIO alla UEFA, dal UCI alla federazione internazionale di baseball, ecc.)[11]. La presenza del Comitato Olimpico è sicuramente una calamita per le altre federazioni, così come la vicinanza con la Ginevra internazionale e altri valori specifici della regione. Tuttavia il fatto di beneficiare d’importanti vantaggi fiscali, dovuti allo statuto di società senza scopo di lucro è il richiamo principale, il magnete che attira queste società nel cantone. La questione dei bonus della FIFA imporrebbe qualche riflessione su queste agevolazioni ma le autorità cantonali e federali non sembrano preoccuparsi più di quel tanto. Occorre in effetti considerare l’importante impatto economico portato da queste società. Uno studio realizzato dall’Accademia Internazionale delle Scienze e delle Tecniche dello Sport (AISTS) ha stabilito che nel solo Canton Vaud le entrate totali generate dalle federazioni e società sportive internazionali equivalgono a 200 milioni di franchi annui[12].


Lo sport è magia, emozioni e fatica. Ma è anche sempre più business, denaro e potere. La FIFA e il calcio sono il simbolo di questa doppia dimensione. La vera magia è proprio l’aver trasformato una pezza di cuoio riempita d’aria in un pallone d’oro.

Note:

[1] + 59% rispetto al quadriennio precedente; le riserve sono aumentate di1280 milioni USD; vedi rapporto finanziario FIFA 2006, p.8 http://fr.fifa.com/mm/document/affederation/administration/51/52/65/2006_fifa_ar_fr_1767.pdf
[2] FIFA, Rapporto Finanziario 2010, p. 104 http://fr.fifa.com/mm/document/affederation/administration/01/39/20/45/web_fifa_fr2010_fra%5B1%5D.pdf; In quattro anni i bonus sono più che raddoppiati, vedi rapporto finanziario FIFA 2006, p.110
[3] Come indicato dalla FIFA: « the information related to individual fees or daily allowances is not public” (e-mail personale)
[4] http://www.sah.ch/index.cfm?ID=915E22D6-D591-2DF9-FD16070838463FF9
[5] http://www.sa2010.gov.za/node/522
[6] FIFA, Rapporto Finanziario 2010, p. 48
[7] “A livello internazionale lo sport contribuisce alla comprensione fra i popoli; i programmi in questo ambito sono un elemento riconosciuto del promovimento della pace, lo sport veicola messaggi e valori di tenore positivo, fra cui fairplay, lotta al razzismo e alla discriminazione e sostegno dell'integrazione sociale e culturale. Le federazioni sportive internazionali fungono da moltiplicatore ed apportano un contributo importante per la diffusione di tali messaggi. Sostengono le organizzazioni sportive nazionali e locali e svolgono pertanto un ruolo primario per l'evoluzione dello sport, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.” Comunicato stampa del Consiglio federale, 05.12.2008: http://www.news.admin.ch/dokumentation/00002/00015/index.html?lang=it&msg-id=23681
[8] E-mail personale
[9] Le dichiarazioni di Büchel e Humbel provengono da un servizio del TG romando: http://www.tsr.ch/video/info/journal-19h30/3008547-la-fifa-a-pu-verser-de-genereux-bonus-a-ses-dirigeants-grace-a-une-annee-faste-notamment-grace-a-la-coupe-du-monde-qui-a-genere-de-larges-benefices.html#id=3008547
[10] E-mail personale
[11]http://www.vaud.ch/fr/atouts/sport/federations-sportives-internationales/
[12] http://www.vaud.ch/fileadmin/user_upload/_temp_/impact_economique_sport_2004-2007.pdf

mercoledì 16 marzo 2011

La spesa, che stress!

Mix & Remix, Infrarouge 8.3.11

Mercoledì pomeriggio, come i ragazzi delle medie: non lavoro.

Scarpe da tennis e tuta, me ne vado a fare la spesa.

Completamente rilassato. Mi piace fare la spesa. Adoro scegliere con cura i prodotti che mangio e vanno a costituire parte di me. Del mio corpo ma anche della mia mente.

“Der Mensch ist was er isst” scrisse il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach.

Ci tengo: un’alimentazione sana, variata e se possibile ecologica e locale.

Inoltre tira, va di moda. Il negozio è tappezzato: bio, terrabio, biosuisse, equo,solidale, vegano, locale, farma bio, bio, bio, bio. Che non è l’onomatopea del verso dei pulcini, bensì una nuova declinazione di Dio: Bio.

Siamo quasi in primavera, é il periodo degli asparagi. Asparagi bio e equo solidali. Dal Perù. Però bio.

Bio cane! (bestemmia ecologica)

A basso impatto ambientale: trasportati via nave, passando per lo stretto di Panama, i miei amati asparagi giungono al porto di Rotterdam da dove, via camion, sono trasportati in Svizzera.

Un cartello lo spiega: via nave dal Perù gli asparagi hanno lo stesso impatto che quelli importati dall’Ungheria.

Opto per quelli peruviani. Sono bio.

Un piccolo sfizio questi asparagi. Ma almeno purifico un po’ i reni.

Ramasso qualche altro alimento e vado alla cassa.

Rilassato.

C’è coda, agitazione, fermento. Bambine bambini mamme e papà: strilla, urla, gira anche qualche schiaffo.

Io?

Relax.

Rilassato. Non ho niente da fare.

Arriva il mio turno: “Sono 57 franchi e 20. Però oggi é mercoledì, se acquista ancora per 2 e 80, che ne so un pacchetto di cicche, potrà ricevere il super nano d’oro, il jolli imbattibile. Disponibile solo oggi”.

“Il super nano jolli? No grazie, non sono interessato. Va bene così, cinquantasetteeventi!”

All’improvviso la signora alle mie spalle con un mostriciattolo nel carrello e un altro che sbraita avvinghiato al suo braccio come fosse un anaconda mi dice:

“Scusi signore, se le do io i soldi aggiungerebbe queste caramelle alla sua spesa? Così i miei bambini avranno tutte e due il loro super nano jolli e non ci sarà la guerra”.

“Ehm..la guerra? Ma si figuri signora, a questo punto compro le cicche e prenda pure il jolli..”

“Grazie, che gentile..”

“Io le do dieci franchi, se me lo dà a me il jolli!” E vedo una signora sventolare un biglietto giallo e la sua bambina che strilla isterica: “il jolliiiii; il jollllllliiiii; il jollliiiiiiiiiii”. “Dieci franchi se lo da a me, davvero! La prego, per favore”.

Mentre cerco di spiegare, con la mia consueta calma, che non è questione di soldi le due mamme cominciano ad insolentirsi:

“C’ero prima io..”

“Io offro di più..”

Improperi, insulti, insolenze,villanie, irrisioni, vengono scomodati santi madonne animali:

“*ç%&)?`%+”

“”*/&ç***/+)”

Rimetto le mie cicche al loro posto, pago i miei cinquantasetteeventi.

“Cinquantasetteeventi”!

“Ce l’ha la carta Cumulus?”

I miei occhi parlano da soli: “No…no, non ce l’ho…”

Aria.

Io che pensavo ai miei asparagi. Alle divinità bio.

Il problema è serio. Un paese invaso. Un esercito di 50 milioni di nani sta sommergendo la popolazione. Una specie di massaggiatore ovetto vibrante sexy che sta facendo impazzire bambine bambini mamme papà nonni bisnonni.

E anche me. Che ero completamente rilassato.

Ora mangio rabbia. Sono rabbia.

Ma è solo un gioco: la nanomania!

La nanofollia!

50 milioni di nani. Banditos, animalos, mostros, roboz.

50 milioni di supposte che non dico cosa ne farei. Al signor M.

Così, per gioco.

mercoledì 9 marzo 2011

La mano visibile del mercato: ragioni e interessi dietro le politiche dei sussidi agricoli.



Ovvero, quando il libero mercato e la concorrenza internazionale (tanto decantate da USA e UE) sono falsati da una politica di sovvenzioni (promossa da USA e UE).

« Voici que sur son champ passent non plus des forces naturelles, mais des forces économiques, des forces sociales, des forces humaines [...] De récolte en récolte, son labeur restant le même, le prix de son blé fléchit presque constamment. [...] Depuis un demi-siècle, dans les grandes plaine de l'Inde, de la Russie, de l'Ouest américain, d'autres hommes travaillent, à moins de frais, et toute cette production, brusquement rapprochée par la vitesse des grands navires, pèse constamment sur lui. Voilà donc que les peuples et les continents lointaines surgissent maintenant de la brume, comme de dures et massives réalités, et c'est peut-être de la quantité de blé ensemencée par un fermier de l'Ouest américain, du salaire distribué aux pauvres journaliers de l'Inde, et encore des lois de douanes, d'impôt et de monnaie promulguées dans toutes les parties du monde que dépendra le prix de son blé, le prix de son travail, sa liberté et sa prospérité »

Come è noto il ciclo di negoziazioni di Doha, lanciato nel 2001 dall’Organizzazione mondiale del commercio con l’obiettivo di abolire le barriere al mercato internazionali di beni e servizi, è lungi dall’essere concluso. Le negoziazioni avrebbero dovuto chiudersi già nel 2004 ma oggi, otto anni dopo, sono ancora in alto mare. La questione agricola che vede opposti i paesi in via di sviluppo ai principali paesi industriali è sicuramente la causa principale di questo mancato accordo. Il nodo cardinale è costituito in particolare dai sussidi stanziati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea a sostegno della propria agricoltura. L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di cercare di analizzare questo groppo, di vedere insomma quali sono gli interessi che si celano dietro a queste sovvenzioni.

Lo spunto ci viene da una cara amica che, dopo avere ascoltato una trasmissione radiofonica centrata sul commercio delle materie prime, ci pone una domanda, a suo parere stupida: “da cosa dipende la scelta di sovvenzionare un certo tipo di prodotto o agricoltura invece che un altro? Tipo gli USA con il mais o il cotone..”

Talmente stupida la domanda che, altrettanto stupidamente, tentiamo ora di darle una plausibile risposta. Prima di soffermarci direttamente al perché il mais, attardiamoci un attimo su una questione ancora più ottusa: perché i governi occidentali, in questo caso gli States, sovvenzionano largamente la propria produzione agricola?

Una ragione storica ed economica: la mano visibile che regola il mercato agricolo internazionale.

Le due guerre mondiali hanno insegnato che per sfamare (e vestire) la propria popolazione e il proprio esercito non si può contare solo sui mercati internazionali, in quanto questi sono i primi a contrarsi in caso di tensioni planetarie. Da qui le politiche che sostengono una produzione propria con lo scopo d'auto approvvigionarsi e di costituire delle riserve conseguenti. Inoltre il boom economico del dopoguerra con la sua industrializzazione rapida, necessitava da un lato che la gente lasciasse le campagne per venire a lavorare nelle industrie e nei servizi urbani, ma dall'altro che ai contadini rimasti fosse garantito un reddito tale da poter continuare ad investire in nuove terre e nuovi mezzi di produzione per aumentare i rendimenti ed abbattere i prezzi.

Ora, l'unico modo per poter garantire che il proletariato e la "classe media" possano accedere a cibo buon mercato (e quindi, tra l'altro, spendere la maggior parte del denaro nell'acquisto di beni di consumo non alimentari), e allo stesso tempo garantire che i contadini rimasti possano avere un reddito tale da poter continuare ad investire, è quello di sovvenzionare massicciamente la produzione agricola.

Finita la crescita rapida dei trenta gloriosi e con le successive ondate di liberalizzazioni del nuovo credo neo-liberale, ci si è resi conto (Ohibò!) che senza sovvenzioni in occidente è impossibile mantenere un sistema agricolo funzionante e quindi si arriva al paradosso attuale dove i prodotti pesantemente sovvenzionati costano meno di quelli prodotti nel terzo mondo con paghe da fame.

Ed è proprio questo paradosso che costituisce il nocciolo della discordia delle negoziazioni di Doha e che porta un paese povero a domandarsi: come mai gli stati ricchi che da anni mi impongono il (neo)libero mercato, sono i primi che distorcono la dottrina (neo)liberista sovvenzionando a suon di miliardi la loro industria agricola? Perché io, stato povero a cui proprio l'imposizione della dottrina del (neo)libero scambio (riduzione di tasse, dazi e quote doganali, ecc.) impedisce di trovare i soldi per finanziare tali sovvenzioni, non riesco a concorrere sui mercati internazionali perché proprio voi, fautori della libera concorrenza, proteggete la vostra agricoltura, rendendo il mercato agricolo mondiale né libero né concorrenziale?

Inoltre si deve tenere conto che il mercato internazionale dei prodotti agricoli, è un mercato di prodotti "marginali". Infatti le politiche che mirano a certi obiettivi di produzione non sono state abbandonate. Però una volta soddisfatti questi criteri, i grandi produttori si ritrovano sovente con ancora grandi quantità di sovra-produzione da vendere. Per di più, essendo prodotti agricoli, questi stock non possono essere immagazzinati a tempo indeterminato, questo mix conduce a la formazione di prezzi completamente depressi sul mercato internazionale. In questo contesto l’agricoltore americano ed europeo non potrebbe resistere alla concorrenza dei paesi dove la manodopera è molto meno cara. La fortuna del (grande) agricoltore occidentale sta quindi nel fatto di essere protetti dai propri (ricchi) stati, scrupolosi di difendere la propria sovranità alimentare e di aiutare un settore strategico e di vitale importanza come quello dei prodotti agricoli (1).

Il mais e l’industria agroalimentare: radiografia del cibo veloce e a basso costo.

La domanda che ci è stata posta è però più precisa, non si limita ai sussidi in generale: perché proprio il mais? Perché non il broccolo? L’esempio del mais è intrigante poiché ci permette di riassumere gli interessi economici che si celano dietro le politiche dei sussidi. Interessi che fanno capo a quel settore strategico dell’economia statunitense che è l’industria agro-alimentare. Quest’industria fonda il suo potere su due pilastri: la concentrazione industriale (2) e una ramificata organizzazione lobbistica che le permette di essere presente in tutte le sedi di decisione politica dell’amministrazione statunitense (autorità di controllo e vigilanza, negoziazioni internazionali, ministeri, ecc.).

La ragione della scelta del mais è, anche in questo caso, prima di tutto storica: gli States si sono ritrovati a dover sovvenzionare un sistema agricolo che in parte già riponeva su questo prodotto, anche se bisogna tener conto di importanti sovvenzioni concesse ai produttori di riso, soia e cotone (3).

La scelta però é dettata in gran parte dalla strategia economica e dagli interessi enormi della potente industria agroalimentare statunitense. Bisogna innanzi tutto considerare che il maïs è una pianta molto redditizia e versatile, l'industria alimentare infila i suoi surrogati ovunque (4), è l’alimento principale contenuto nei mangimi per gli animali, e non da ultimo ci si può anche fare l'etanolo per alimentare i pick-up e i Suv verdi “dell'ultima generazione” (5). Si calcola che il 30% dei terreni agricoli statunitensi sono piantati a mais.

L’intero sistema agroalimentare negli Stati Uniti si fonda sulla scelta politica del governo che permette di produrre mais sottocosto. Vediamo di capire cosa avviene.

I contadini vengono pagati per produrre mais in eccesso, per mezzo delle pressioni delle grandi multinazionali agro-alimentari che nel mais riversano interessi enormi (il rapporto di produttività tra i metodi manuali e quelli più “moderni” può arrivare in questo caso a 1 a 2000!). In effetti, grazie a questi eccessi le grandi multinazionali (Cargill, ADM, Smithfiel, Tyson, McDonald, ecc.) possono acquistare questo prodotto sottocosto e produrre quantità di surrogati industriali e mangimi animali che andranno a comporre la maggior parte dei prodotti presenti sugli scaffali dei supermercati e nelle cucine di quegli invitanti ristorantini americani chiamati “fast food”. Questo sistema ci permette (proprio a noi, i consumatori) di poter acquistare della carne a basso costo. Senza questi sussidi negli USA la popolazione non potrebbe nutrirsi cosi voracemente di carne, non potrebbe acquistare un hamburger al prezzo di 1 (!!) dollaro. È proprio grazie (o a causa) di questi sussidi che due cheeseburger ed una cola costano come un broccolo. (Quest’ultimo, si diceva, non beneficia di sussidi). La dieta all’americana è dovuta quindi alle politiche agricole e al tipo di agricoltura che si è scelto di praticare (e sovvenzionare) che tende a favorire i cibi industriali e meno sani (6).

Questo per ciò che concerne la situazione all’interno degli Stati Uniti. È poi evidente che gli eccessi di produzione saranno poi piazzati sui mercati internazionali dove sbaraglieranno la concorrenza, e questo malgrado il costo bassissimo della manodopera nei paesi più poveri. Per esempio, il mais messicano non sovvenzionato non potrà mai competere sui mercato internazionale con quello prodotto nello Iowa. Ecco quindi l’apice estremo della perversione del sistema dei sussidi che vede la culla del mais e delle sue differenti varietà, il Messico, invaso dal mono mais statunitense, per giunta modificato geneticamente (7).

Già, perché a questo punto si capisce anche come mai gli USA sono i più grandi promotori (e coltivatori) dei prodotti agricoli geneticamente modificati (OGM). La parte principale delle coltivazioni OGM statunitensi è costituito da mais, soia (che può essere coltivata in rotazione bi-annuale con il mais) e cotone, guarda caso proprio le colture più sovvenzionate. Il geneticamente modificato è redditizio soltanto nei gigantesti campi del midwest americano dove la produttività à appunto così elevata da entrare direttamente nel circolo della sovrapproduzione e quindi del basso costo. Ecco così che l’industria che produce sementi geneticamente modificate (Monsanto, DuPont, ecc.) collima gli interessi delle grandi compagnie agroalimentari (Cargill, Kellogs, ConAgra, ADM, Smithfield, Tyson, ecc.), dei colossi della distribuzione (Wal-Mart, Best Buy, ecc.) e delle grandi catene di fast food (Mc Donalds, Burger King, ecc.). Queste imprese, fortissime, costituiscono la principale lobby economica che agisce sul governo statunitense nel quadro delle negoziazioni internazionali (8).

Conclusione:

Dopo tutte le concessioni che hanno già fatto in passato si capisce che i paesi del Sud non siano disposti a cedere sulla questione dei sussidi agricoli. Sull’agricoltura di molti paesi non incombe la mano della Terra con le sue ribellioni naturali, alluvioni uragani incendi terremoti, ma trama la mano (visibile) dell’uomo e delle sue scelte politiche, economiche e sociali. La citazione iniziale lo spiega molto bene. A proposito, ci eravamo scordati, ad esprimersi così fu Jean Jaurès, politico francese, durante un discorso alla Camera dei deputati nel… 1897.

In conclusione pensiamo che oggi gli imperativi economici delle grandi industrie dettino queste scelte: maïs, cotone, soia, riso (al quale dovremmo aggiungere anche l'olio di palma) sono i pilastri del sistema agroindustriale non solo americano, ma mondiale. Dall'alimentazione, al tessile, passando per la produzione d'energia queste sono le colture più importanti. Per i paesi occidentali continuare a sovvenzionarle significa poter perpetuare ed incrementare i lauti guadagni di questo potente settore. La scelta dei sussidi, e di quale tipo di prodotto sovvenzionare, non è quindi casuale, ma è il frutto di scelte strategiche ben calcolate e che costituiscono l’olio a motore della gigantesca macchina agroalimentare occidentale. La fine dei sussidi all’agricoltura in generale, e del mais in particolare, ne ingolferebbe inesorabilmente il meccanismo.

Federico Franchini e Claudio Brenni

Note :

1) L’8% dei farmers statunitensi vende il 72% della produzione agricola USA; il 10% dei beneficiari dei sussidi riceve 2/3 del totale di questi aiuti (2003-2005)

2)Qualche dato in merito alla concentrazione del settore agroalimentare. All’inizio del millennio la situazione era la seguente: 55% della produzione di carne di pollo è controllata da Tyson Foods, Gold Kist, Perdue Farms e ConAgra; 87% della produzione di manzo è controllata da IBP, ConAgra e Farmland Industries; 60% della produzione di maiale è controllata da Smithfield, IBP, ConAgra e Cargill; 62% della farina è controllata da ADM, ConAgra, Cargill e CerealFood Processors; 76% dei processi legati alla soia sono controllati da ADM, Bunge, Cargill e Ag Processors; 57% della macinazione a secco del mais è controllata da Bunge, Illinois CerealMills, ADM e ConAgra e il 74& del mais umido è detenuto da ADM, Cargill, Tate and Lyle e CPC: http://www.jrank.org/cultures/pages/3576/Agriculture-Agribusiness.html

3) Il 93% dei sussidi agricoli USA va a 5 prodotti ( mais, grano, riso, soia e cotone): http://www.7dvt.com/2007/crop-circles

4) Il 90% dei cibi industriali contiene un surrogato di mais e di soia: Food, Inc. , diretto da Robert KENNER, Magnolia Production & Participant Media & River Road Entertainement : USA, 2008

5) Con una produzione di circa 40 miliardi di litri di etanolo, gli States sono i leader mondiali dal 2005 nella produzione di questo bio carburante. Il 98% di questo etanolo è prodotto con mais: http://en.wikipedia.org/wiki/Ethanol_fuel_in_the_United_States ; http://en.wikipedia.org/wiki/Corn_ethanol;http://en.wikipedia.org/wiki/Ethanol_fuel_in_the_United_States#Environmental_and_social_impacts

6) 33% degli americani adulti sono considerati obesi: http://www.7dvt.com/2007/crop-circles

7) Per cui ecco che i contadini messicani trovatisi senza lavoro a causa delle sovvenzioni statunitensi sono costretti ad emigrare negli USA in cerca di lavoro: nel 2002-2003 tre lavoratori agricoli su quattro provengono dal Messico: http://www.7dvt.com/2007/crop-circles

8) Vedi il ruolo per esempio l’organizzazione lobbistica IPC o “International Food and Agricoltural Policy Council, creata nel 1987 con lo scopo di guidare le negoziazione agricole durante l’Uruguay Round, il ciclo di negoziazioni che ha portato alla creazione dell’OMC . IPC è guidata dai giganti dell’agrobusiness: Cargill, Monsanto, Bunge, ADM, Syngenta, ecc.: (http://www.agritrade.org/).

Fonti:

Libri ed articoli:

ETC Group, « Who Owns the Nature : Corporate Power and the Final Frontier in the Commodification of Life », Communiqué d’ETC Group, N° 100, Novembre 2008

Raj, PATEL, ., I Padroni del cibo, Serie Bianca, Milano : Feltrinelli, 2008

Marcel MAZOYER et Laurence RODUART, Histoire des agricultures dans le monde, Paris : Seuil, 1997

Siti:

http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_farm_bill

http://en.wikipedia.org/wiki/Food,_Conservation,_and_Energy_Act_of_2008

http://www.agritrade.org/

http://www.7dvt.com/2007/crop-circles

http://www.jrank.org/cultures/pages/3576/Agriculture-Agribusiness.html

http://www.jrank.org/cultures/pages/3576/Agriculture-Agribusiness.html

www.etcgroup.org

Documentari:

Le Blé, chronique d’une mort annoncée ?, diretto da Marie-Monique ROBIN, Arte : France, 2005

Le Monde selon Monsanto, diretto da Marie-Monique ROBIN, Arte : France, 2008

Fed Up!: Genetic Engineering, Industrial Agriculture and Sustainable Alternatives, diretto da Angelo SACERDOTE, Wholesome Goodness Productions : USA, 2005

Food, Inc. , diretto da Robert KENNER, Magnolia Production & Participant Media & River Road Entertainement : USA, 2008

The future of the food, diretto da Deborah KOONS, Lily Films : USA, 2004

We Feed the World , diretto da Erwin WAGENHOFER, AllegroFilm-Produktions : Vienna, 2005

lunedì 7 marzo 2011

Qualità = senza OGM!



"L’agriculture renonce volontairement, afin de saisir des opportunités du marché, à utiliser des organismes génétiquement modifiés (végétaux reproductibles, parties des végétaux, semences et animaux). »

Con queste tre righe la filiera agroalimentare svizzera che riunisce organizzazioni, imprese e personalità dell’agricoltura, del settore alimentare, del turismo e della ristorazione si distanzia chiaramente dall’agricoltura genetica. Questa dichiarazione fa parte di una serie di punti presenti all’interno di una “Carta sulla strategia della qualità” che, come afferma l’Ufficio federale dell’agricoltura, intende garantire alimenti di elevato valore ai consumatori oltre a valorizzare la qualità dei prodotti e dei processi agroalimentari e a sostenere la categoria verso uno sviluppo sostenibile.

La scelta, che non si fonda tanto su ragioni etiche, ideologiche o politiche, quanto piuttosto su più concrete logiche di mercato, è un segnale importante per ribadire a chiare lettere che in Svizzera non c’è spazio per gli OGM.

http://www.blw.admin.ch/index.html?lang=it

http://www.news.admin.ch/message/index.html?lang=it&msg-id=37917