lunedì 20 febbraio 2012

Russia, Svizzera, materie prime e trasparenza


 
E se il Cremlino controllasse direttamente delle società svizzere?
Dopo una fase difficile, caratterizzata dalle inchieste su casi di riciclaggio di denaro che hanno coinvolto le più alte sfere dello stato russo, le relazioni tra Svizzera e Russia si sono parecchio migliorate. Gli scambi commerciali tra i due paesi si sono moltiplicati per tre negli ultimi cinque anni e, nel 2010, i due paesi hanno firmato un accordo per incoraggiare lo sviluppo delle relazioni economiche. 

La Svizzera è diventata il terreno ideale degli interessi russi in Occidente. La Confederazione è la prima destinazione del denaro trasferito dai cittadini russi. Il nostro paese è luogo d’asilo per dei ricchissimi uomini d’affari e per le loro società, a volte direttamente legate al Cremlino. Gli interessi russi in Svizzera sono concentrati nel commercio di materie prime. Vekselberg, Kantor, Animisov, Safin, Timtchenko, Pumpyanskiy, i russi presenti nella classifica dei trecento patrimoni più importanti della Svizzera hanno costruito la loro ricchezza in questo settore, soprattutto nel commercio di metalli e petrolio.

Imprese svizzere in salsa russa

Il flusso economico tra i due paesi non segue solo la traiettoria est/ovest. Delle imprese svizzere s’installano a loro volta in Russia. Paese immenso e ricco di risorse naturali, la Russia è diventata un luogo cruciale per le società attive nell’estrazione (Holcim), il commercio (Glencore e Mercuria) e l’energia (Axpo).

In Russia, le materie prime sono un settore chiave dell’economia. Lo Stato è implicato, sia perché controlla direttamente certe società – il gigante del gas Gazprom e la società petrolifera Rosneft per esempio – sia perché degli oligarchi vicini al potere sono alla testa delle più importanti imprese.

Nel 2005, il giornale Novaïa Gazeta aveva comparato la Russia ad una grande holding guidata direttamente da Putin. Quest’ultimo avrebbe affidato ai suoi fedeli la direzione dei settori più importanti dell’economia russa come l’industria militare e l’estrazione di materie prime. Di fatto, per potere accedere e commercializzare questa manna, è necessario stabilire delle buone relazioni con il Cremlino e i suoi oligarchi.


Prendiamo l’esempio di Glencore che commercializza molti prodotti provenienti da questo paese, come l’alluminio e il nickel per esempio. Mel 2006 il settore alluminio di Glencore ha fusionato con l’impresa Rusal di Oleg Deripaska e con la SUAL di Viktor Vekselberg. Questi due uomini sono molto vicino al potere russo. Lo “svizzero” Vekselberg, quinto patrimonio della Confederazione, è conosciuto per le sue partecipazioni in alcune importanti società elvetiche come OC Oerlikon, Sulzer e Züblin. Vekselberg è stato scelto dal presidente Medvedev per coordinare il centro di ricerca di Skolkovo, una sorta di Silicon Valley russa. Deripaska, sesta fortuna di Russia, è considerato come il miliardario di Putin, colui che ha contribuito a piazzarlo al potere. La presenza di Glasenberg, padrone di Glencore, nella direzione di Rusal a fianco di Vekselberg e Deripaska, permette quindi alla società di Baar di essere in un’eccellente posizione strategica.

Nel 2008, un terzo oligarca è entrato in Rusal. Mickael Prokhorov, terza fortuna di Russia, dispone attualmente del 17% del capitale. Grazie a Prokhorov, Rusal (e quindi Glencore) possiede ora più di un quarto del capitale del gigante Norilsk Nickel, primo produttore mondiale di nickel e di palladio e principale produttore d’oro russo. Proprio Mickael Prokhorov ha annunciato in dicembre la sua candidatura al Cremlino. Una candidatura dietro la quale si nasconderebbe però la volontà di Putin di frammentare l’opposizione.

Bamboline russe

Il 75% del petrolio russo è commercializzato a Ginevra, sede delle più importanti società di trading petrolifero del mondo. Tra queste società troviamo Gunvor, primo fornitore mondiale di greggio russo con una cifra d’affari di 65 miliardi di dollari. Gunvor è stata fondata nel 1997 dai suoi due azionari principali: lo svedese Törbjörn Tornqvist e il finlandese Guennadi Timchenko. Quest’ultimo è anche il principale azionario e membro della direzione di Novatek, il più grande produttore indipendente di gas russo. I due miliardari, residenti in Svizzera, si dividono il 90% di Gunvor.

Quest’ultima è sospettata di essere direttamente controllata dal Cremlino. Come é possibile altrimenti che, in soli quindici anni, Gunvor sia potuta diventare un attore così importante nel commercio di petrolio russo? Gunvor commercializza un terzo della produzione di Rosneft, il braccio petrolifero del Cremlino. Un tale successo sarebbe stato possibile senza il sostegno della classe dirigente?


Il sistema politico russo dell’epoca post sovietica è fondato sull’alleanza tra l’apparato politico-amministrativo e il potere economico. Un sistema che garantisce tanto la stabilità politica quanto la suddivisione delle enormi risorse naturale di cui dispone il paese. Gli oligarchi della prima ora si erano appropriati dei vecchi apparati statali grazie al sostegno del clan Eltsin. Con l’arrivo al potere di Putin, alcuni di questi oligarchi sono stati eliminati e soppiantati da una nuova generazione di magnati più vicini al nuovo uomo forte.

La Wochenzeitung descrive lo sviluppo di Gunvor a partire dal 2003, l’anno in cui il governo russo dichiara guerra a Mikhaïl Khodorkovski, il padrone del gruppo petrolifero Ioukos. L’oligarca è incarcerato e la società smantellata. Al posto di Ioukos, il Cremlino crea una nuova società: Rosneft. Così, mentre i vecchi oligarchi si ritrovano in prigione, le nuove società statali come Rosneft (ma anche Gazprom che ha preso il posto dell’anziana Sibnef) sono vendute ad una nuova generazione di magnati che sostengono il potere politico. Il nocciolo duro di queste nuove personalità è il cosiddetto clan di san Pietroburgo, una cerchia di uomini che negli anni novanta gravitavano intorno al municipio dell’ex Leningrado e che oggi occupano le più alte sfere del potere politico e economico: Putin, Medvedev, Miller (direttore di Gazprom), Timchenko e altri ancora. 

Le voci del sostegno politico di cui beneficerebbe Gunvor sono state alimentate anche dalle rivelazioni di Wikileaks secondo cui il misterioso terzo azionario della società sarebbe Vladimir Putin in persona. Secondo il politologo Blekovsky, legato all’oppositore esiliato Boris Berezovski, Putin controllerebbe il 50% di Gunvor attraverso il suo rappresentante Timchenko. La società sarebbe una delle fonti principali dell’immenso patrimonio segreto del Primo ministro. Attraverso delle dichiarazioni stampa e delle azioni giudiziarie, Gunvor e Timchenko hanno sempre smentito il loro legame con il potere russo e Rosneft.

La verità? Nessuno la può stabilire con certezza. Essa si nasconde negli organigrammi complessi che caratterizzano le società di trading: un inscatolarsi di bamboline russe con sede in vari paradisi fiscali e di cui non si conoscono i proprietari ultimi.

Una recente mozione della consigliera nazionale Hildegarde Fässler-Osterwalder (PS/SG) domanda al Consiglio federale di esaminare il ruolo della Svizzera in quanto seggio di queste società. Un’occasione per vederci più chiaro e per prendere le misure legali necessarie per garantire una maggiore trasparenza. In modo da evitare, per lo meno, di ospitare i frutti della corruzione russa, 154esimo paese su 178 nell’apposita classifica di Transparency International.


2 commenti:

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