giovedì 29 settembre 2011

Basterebbe uno sgabello!

Dove vivi?
Dove vorresti vivere?
Dove hai vissuto?
Dove hai sostato?
Dove hai transitato senza fermarti?
Dove stai andando?
Dove fondare una città? Dove fondare la mia città?
Dove ci siamo già visti?
Dove ti porta il cuore?
Dove sei, fratello?
Dove eravamo?
Dove saremo?


Basterebbe uno sgabello!
(Rielaborazione di un racconto proposto nell'ambito di un concorso organizzato dlla rvista UNO e Tikinò)




Ausonio ha 28 anni. Con quel nome sulle spalle Ausonio ha appreso sin da piccolo a prendere la vita con filosofia, tanto da eleggere le scienze filosofiche a indirizzo di studio. Una scelta sbagliata. Dopo l’università ha fatto i mestieri più disparati: cassiere, vendemmiatore, traslocatore, giornalista precario e supplente. Mai il filosofo, però. Ma che mestiere sarebbe poi, quello del filosofo?

Ausonio ci pensa spesso. Cosa farà da grande? Ma è già grande. Ha sbagliato qualcosa? Forse l’indirizzo dei suoi studi? La filosofia di certo non li riempie le tasche.

È l’incertezza del quasi trentenne che non ha ancora trovato la sua strada. Anche se in fondo una via l’aveva trovata, quando era in viaggio. Poi i soldi sono venuti a mancare ed è dovuto rientrare a casa, nella sua città.




Già, la sua città: che tristezza, ecco cosa non andava. Non era lui ad essere sbagliato ma la sua città.




Nuova, grande, con strade piene di auto, parcheggi, palazzi progettati da famosi architetti, grasse banche e boutique. Un paesaggio da cartolina: il lago, le palme, splendidi parchi dove è vietato sdraiarsi per leggere un libro.
La sua città ha.
Ma la sua città non è.
Non è una città.
È un posto di lavoro, un dormitorio, uno spazio commerciale, un non luogo turistico.





La città, per sussistere, deve essere qualcosa di politico, nel senso nobile del termine.
D’altronde lui lo ha studiato: il termine politica prende origine dal greco polis, città appunto. È l’autogoverno, la partecipazione dei cittadini alle faccende pubbliche




Il contrario di quanto accade nella nostra epoca. Vi sono residenti che dormono, lavorano, vanno al cinema, allo stadio. Ogni quattro anni votano. Delegano il governo della città a qualcuno che dovrebbe rappresentarli, nell’interesse generale. Ma poi si sa: l’interesse generale è dubbio e fluido. Un nulla e diventa interesse personale. È la politica dei piani regolatori modificati, delle speculazioni edilizie, dei subappalti, della legge del cemento.

Così la città, nel senso fisico del termine, prende forma: si modella, diventa nuova, grande, costruisce, demolisce (ma tutte quelle belle case Jugendstil e Art nouveau dove sono finite?), delegando ai cittadini il quadriennale gesto di una busta nell’urna.




Ausonio ci pensa: se la città non è, bisogna fondarla. Già, ma come fondare la sua città





*



Un giorno entra in un negozio dell’usato alla ricerca di qualche libro o di un vecchio disco. Ne esce con uno sgabello di legno.




Oggi, con il suo sgabello, Ausonio fonderà la sua città. Nel centro della piazza sale sul treppiede e improvvisa:




“ Cari concittadini … ehm cari residenti.. vi siete mai chiesti dove abitate?... Questo palazzo… che ne dite, vi piace? No? … d’altronde non avete deciso voi di costruirlo … o meglio voi avete non deciso … per cui qualcuno ha deciso per voi … “



La gente frettolosa non lo nota. Chi si ferma un attimo pensa subito a qualche rotella fuori posto. Due agenti lo invitano ad allontanarsi, a non disturbare. Ausonio se ne va.



Torna il giorno dopo:




“ Il nostro territorio non è un fondo speculativo … vi siete mai chiesti? Dobbiamo partecipare, tutti assieme … partecipare alla sua progettazione …cittadini, architetti …invece qui gli architetti sono sindaci ...e i sindaci decidono che le vecchie case sono da abbattere...per farle costruire da nuovi architetti...che sono i sindaci...”



E il giorno dopo ancora, e poi ancora, ogni giorno un nuovo tema: “ Signori .. vi siete mai chiesti? ... “




Con dedizione e costanza, Ausonio prova a rifondare la sua città, a riempire un contenitore vuoto. All’inizio appare come lo svitato del villaggio. Nessuno le prende sul serio. Gli agenti lo allontanano.




Ma piano piano qualcuno comincia ad ascoltarlo. Prima qualche individuo curioso. Poi sempre più gente, cinque, dieci, venti, cento. La gente comincia a prendere la parola. La piazza diventa agorà, Ausonio cede il suo treppiede. Un anziano vuole dire la sua, una signora si toglie i tacchi e interviene con fervore sulla tematica della scuola. Un sedicenne parla di musica, di spazi per suonare.



Non ci sono maggiorenni e minorenni, maggiorati o minorati. Lo sgabello diventa una piccola tribuna dove esporre le problematiche della città, le soluzioni, i possibili rimedi.




Certo, l’autogoverno è solo attorno allo sgabello. Nel palazzo i rappresentanti decidono sempre in solitario. Nella grande doccia della politica (nel senso meno nobile del termine) Ausonio e la sua combriccola continuano a piegarsi a raccogliere saponette. Intanto però la rifondazione ha avuto luogo. La città ridiventa città, il contenitore si riempie. Una situazione é creata. I residenti ritornano ad essere i cittadini, che partecipano, che si chiedono. Che vivono, non solo respirano.




Le saponette, meglio raccoglierle con filosofia!


















































venerdì 23 settembre 2011

Ricerca : quando Syngenta finanzia una cattedra al poli.


A quali condizioni un finanziamento privato rispetta ancora la credibilità scientifica?

tradotto da: Domaine Public:

Da qualche anno, il fenomeno delle sponsorizzazioni private alla ricerca e all’insegnamento superiore è in forte crescita. La maggioranza degli istituti universitari svizzeri intrattiene in effetti relazioni sempre più strette con il settore privato, soprattutto nelle scienze biologiche e tecniche.

La metà dei 110 milioni di franchi destinati alla costruzione della nuova biblioteca del politecnico di Losanna (EPFL), il Rolex Learning Center, sono stati raccolti presso le più importanti imprese del paese. Dei finanziamenti indispensabili, stanziati da Credito Svizzero, Logitech, Novartis, Losinger, Sicpa e, naturalmente, Rolex.

Se da un lato i finanziamenti privati permettono degli investimenti importanti in un settore vitale per la società e l’economia svizzera, dall’altro essi rappresentano un pericolo potenziale per l’autonomia della ricerca e per la libertà dell’insegnamento superiore. La prevenzione s’impone quindi con il moltiplicarsi degli esempi. Questi vanno dalle imprese farmaceutiche che finanziano delle cattedre a Nestlé che installa il suo centro di ricerca all’EPFL, passando per le banche che sponsorizzano l’insegnamento dell’economia o di Syngenta che finanzia un corso sugli agro ecosistemi.

Prendiamo quest’ultimo esempio. La multinazionale elvetica Syngenta, leader mondiale del commercio di prodotti fitosanitari, verserà dieci milioni di franchi in dieci anni ad una cattedra del politecnico di Zurigo (ETHZ). Il primo produttore mondiale di pesticidi sosterrà quindi un corso chiamato “agro ecosistemi sostenibili”. L’impresa basilese è conosciuta per le sue pratiche poco sostenibili. Il caso del pericoloso pesticida Paraquat non è che l’esempio più flagrante. La contraddizione tra sviluppo sostenibile e massimizzazione delle vendite di pesticidi è lampante.

La cattedra prevista s’iscrive nell’ambito della World Food System Inititive, un programma dell’ETHZ centrato sulle tematiche della sicurezza alimentare e dell’agricoltura sostenibile. Ora, Syngenta figura tra i leader mondiali del settore delle semenze. Così come altre multinazionali, Syngenta sostiene che l’industria è in grado di apportare un contributo decisivo alla risoluzione della problematica della fame. Al contrario, degli esperti come Olivier de Schutter, commissario speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, denunciano l’esistenza di mercati oligopolistici e propongono delle soluzioni fondate su pratiche più ecologiche e sostenibili. Occorre quindi interrogarsi sul paradosso di realizzare ricerche sulla sicurezza alimentare grazie ai sussidi stanziati da un’impresa sospettata proprio di mettere in causa questa sicurezza.

Fino agli anni ottanta del secolo scorso, la ricerca agricola era all’appannaggio del settore pubblico. Questo paradigma è cambiato quando si è permesso di brevettare dei geni e il settore privato si è quindi lanciato a capofitto nella ricerca agricola. Syngenta detiene un gran numero di brevetti che coprono la sequenza genetica di una quarantina di specie vegetali, limitando di conseguenza la ricerca pubblica in questo settore. Lo dimostra l’esempio del controverso Golden Rice. Creato grazie alla ricerca pubblica dell’ETHZ, questo riso ha rischiato di non essere mai distribuito poiché ricorre a degli elementi coperti da una settantina di brevetti depositati da diverse multinazionali. A seguito di laboriose procedure legali, queste società hanno accettato di lasciarlo diffondere senza che l’ETHZ dovesse pagare delle royalties spropositate.

La Dichiarazione di Berna ha svolto un’inchiesta per capire se e come Syngenta influenzerà l’insegnamento del politecnico federale di Zurigo. Concretamente, questo partenariato permette ad un rappresentante di Syngenta di sedere in seno al Comitato di selezione della cattedra in questione. Certo, si tratterà di un solo membro in un gruppo di sedici persone, ma comunque vi sarà una voce deliberativa suscettibile di imporre riserve a proposito di questa o quella candidatura. Gli interessi commerciali della società saranno verosimilmente presi in considerazione quando si tratterà di orientare la ricerca e l’insegnamento.

Nell’assenza di una motivazione di pura utilità pubblica, la ricerca nel settore agricolo rischia di dimenticare certe colture vitali per le popolazioni dei paesi dove la sicurezza alimentare non è assicurata. In effetti, la ricerca si concentrerà sulle redditizie monoculture d’esportazione (mais, soia, cotone, ecc.). Certe ONG hanno recentemente criticato la posizione dominante dell’industria agrochimica nella ricerca agricola in Africa, orientata verso OGM e biotecnologie.

Questo esempio mette in evidenza i pericoli che può rappresentare lo sviluppo delle sponsorizzazioni private per l’autonomia della ricerca pubblica. Incombe al legislatore precisare le condizioni-quadro che permettano di garantire questa autonomia e, di conseguenza, la libertà dell’insegnamento.

martedì 16 agosto 2011

Ticino - Italia: Lega contro Lega!


(Mix e Remix) Siamo sempre stranieri di qualcuno...

I punti cardinali sono un concetto relativo. Come ci scherza lo scrittore Hugo Loetscher, essi cambiano in funzione di quello che occupa il centro della carta. Vi è sempre un meridione del sud, un settentrione del nord. Essendo ticinese, vengo dal sud della Svizzera. Per gli svizzeri tedeschi sono addirittura mediterraneo. Tuttavia, per gli italiani, il Ticino è il nord.

Il sud non è soltanto un concetto geografico. Dopo avere preso delle significazioni politiche negli anni della guerra fredda (est/ovest), la semantica dei punti cardinali attribuisce al sud delle condizioni socio-economiche come povertà e sottosviluppo. Dal sud vengono per esempio i migranti che cercano fortuna e lavoro nel ricco nord.

Alla frontiera italo - svizzera, la relatività del sud e del nord prende una dimensione grottesca che mette in evidenza la fluidità e l’inutilità di questo genere di categorizzazioni. La vacuità di quei partiti politici (di bassa lega) che utilizzano l’odio contro gli stranieri è qui messa in risalto dalla geografia. Basta varcare la frontiera per far diventare se stesso uno straniero, per passare dallo statuto di cittadino del nord a quello di migrante del sud. L’illustrazione di questo non senso, di questa assurdità politica purtroppo alla moda, sono le due Lega, quella dei ticinesi in Svizzera e quella Nord in Italia.

I due movimenti, che beneficiano di un ampio consenso popolare nelle due regioni, pur essendo ideologicamente vicini, si trovano attualmente in combutta.

La Lega Nord è il primo partito delle regioni italiane limitrofe al Ticino. Questo partito ha costruito la sua identità opponendo gli italiani del sud a quelli del nord. Preconizzano la secessione della Padania, un’entità geografica politicamente e storicamente inesistente. Naturalmente, i migranti che vengono ancora più da sud, da un mezzogiorno chiamato Nord Africa, sono diventati il bersaglio preferito del partito. In generale per questo movimento nordista, il sud è sinonimo di fancazzismo, lavoro rubato e criminalità.

Ora, numerosi sono quegli elettori della Lega Nord che varcano la frontiera nord per lavorare. Cinquantamila persone residenti in Italia lavorano in Ticino. In quel Ticino dove, soprattutto strumentalizzando l’odio verso i lavoratori frontalieri, un’altra Lega è diventata il primo partito del cantone. I lavoratori italiani elettori della Lega si trovano così in una situazione che li vede allo stesso tempo ricoprire il ruolo di accusati e d’accusatori, di stranieri e di xenofobi, di gente del nord e di migranti del sud.

La caccia ai lavoratori frontalieri fomentata in Ticino per il partito/famiglia di Bignasca ha creato delle tensioni con la Lega Nord. Delle tensioni esacerbate dalla recente decisione del governo ticinese di bloccare la metà dei ristorni delle imposte dei frontalieri dovute ai comuni di residenza di questi ultimi. Una decisione che riprende una promessa elettorale della Lega dei ticinesi. L’altra metà è stata depositata su un conto, nell’attesa che l’Italia accetti le condizioni evocate dalla Lega, come la negoziazione di un nuovo accordo d’imposizione e la cancellazione della Svizzera dalla lista nera dei paradisi fiscali stabilita dal ministro italiano Giulio Tremonti.

Questa decisione penalizza pesantemente i 340 comuni delle tre provincie italiane toccate dalla misura. Ora, questi comuni, che hanno un gran bisogno di questo denaro, sono in maggioranza governati... dalla Lega Nord.


domenica 31 luglio 2011

Allocuzione del primo d'agosto!

...scomodati gli altissimi...

Il primo agosto è la festa nazionale svizzera. Festa ufficiale, giornata di vacanza come ha scelto il popolo nel 1993 accettando l’iniziativa lanciata dai democratici svizzeri. Solo lo spirito patriottico poteva smuovere negli svizzeri un desiderio di vacanza. Nel 1985 lo stesso popolo svizzero, all’eccezione di quei fannulloni ticinesi e giurassiani, bocciò l’iniziativa popolare che intendeva estendere la durata delle vacanze pagate. Chissà a quale cantoni si riferiva Woody Allen quando affermò: «Credo nell' intelligenza dell' universo ad eccezione di qualche cantone svizzero»?

Fino al 1848, anno della fondazione della Svizzera “moderna”, del primo d’agosto a nessuno gliene importava. Creato lo Stato, ecco sorgere la necessità di una festa nazionale. La mitologia della ragion di Stato, un misto di episodi storici, di saghe e leggende tardo medioevali. I miti fondatori della Confederazione furono trasmessi in forma scritta solo secoli dopo il presunto avvenire dei fatti, con il chiaro obiettivo di rafforzare il sentimento di appartenenza alla comunità.

Primo d’agosto, giornata di festa ma anche di tradizione: falò, inno nazionale, bandiera alle case, cervelat, fuochi d’artificio, discorso del presidente, naziskin sul praticello.Tradizionale anche l’appuntamento nella buca delle lettere con il manifesto dell’UDC. Inviato a tutti i fuochi del paese, le quattro paginette hanno proprio nel fuoco l’unica ragion d’essere: che bel falò ci accenderò.

Primo d’agosto, giornata di stereotipi. Leggo negli archivi del Corriere della sera, a proposito dei preconcetti sull’Elvezia: “la Svizzera è democrazia e terra d’accoglienza, senso civico, rispetto delle leggi, lavoro sicuro, ordine, tranquillità, precisione, pulizia, ecologia, natura […]”.

Esiliato in Svizzera nel 1815 lo scrittore italiano Ugo Foscolo così si esprimeva: “gli ottimi Svizzeri guardano il forestiero come cacciagione”. Quasi duecento anni dopo, nella buca delle lettere, ecco la conferma: l’attività venatoria preferita del primo partito svizzero è la caccia allo straniero. L’UDC avrebbe potuto utilizzare il primo d’agosto per elogiare il nostro paese, per esaltarne le virtù, anche quelle stereotipate. Giammai! Le elezioni si avvicinano, c’è un nemico da combattere: il migrante, che non solo ruba il lavoro, abusa delle assicurazione sociali, spaccia ma addirittura consuma energia, occupa i posti sui treni, ruba il posto in nazionale, mangia.

La tematica nazionale, la svizzeritudine, è all’appannaggio dei democentristi: “Gli svizzeri votano UDC” (“i ticinesi votano lega”, copiano in Ticino). Festeggiare il primo d’agosto è di destra, esporre la bandiera anche. Al massimo a noi è concesso esultare di nascosto per un goal di Shakiri o una scivolata di Inler.

“Se Dio fosse svizzero, il mondo non sarebbe stato ancora creato”, scriveva sarcastico lo scrittore Hugo Loetscher in un esilarante libretto sulle attitudini elvetiche. Se Dio fosse svizzero, non voterebbe UDC.

D’altro canto gli altri partiti, socialisti in primis, avrebbero potuto elogiare alcuni degli stereotipi svizzeri citati dal Corriere: terra d’accoglienza, ecologia, lavoro sicuro. Avrebbero per lo meno potuto sfoggiare un tradizionale perbenismo di facciata. Giammai! Si sarebbe potuto mistificare il mito, ricordare che la Svizzera deve la sua forza, non alla chiusura su se stessa, ma all’apertura, all’apporto di lavoratori, di denaro, di invenzioni straniere. Le montagne viste non come un ostacolo, bensì come un invito a guardare dall’altra parte, oltre la siepe. Ma, le elezioni si avvicinano ed ecco comparire gli altri stereotipi citati dal quotidiano milanese “opportunismo, freddezza, cinismo, tristezza, conformismo, chiusura, grettezza”.

Ho come il dubbio che se Dio fosse svizzero, non voterebbe neanche gli altri partiti. Se Dio fosse svizzero (ma anche italiano, francese, russo, giapponese o tartaro), semplicemente non voterebbe.

Partiti e governanti sono però fortunati: Dio non esiste, e se fosse esistito sarebbe già morto.



venerdì 29 luglio 2011

Conti che non tornano!

Dessin original de WAZEM


Notizia di ieri:

“I membri delle direzioni e dei consigli di amministrazione delle maggiori società svizzere hanno guadagnato mediamente il 10% in più nel 2010 rispetto all’anno precedente” (la Regione 28 luglio 2011).

Il più pagato dei manager é Brady Dougan di Credit Suisse: 12.8 millioni di franchi. Il Credit Suisse è anche la società elvetica che remunera meglio la propria dirigenza: 160 milioni di franchi (11 milioni in più rispetto al 2009 e 70 milioni in più rispetto a UBS).

Notizia di oggi:

“Crolla l’utile trimestrale di Credit Suisse. La seconda banca svizzera prevede la soppressione di duemila posti di lavoro” (la Regione 29 luglio 2011).

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La Svizzera e la FAO!



L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (
FAO), la più grande agenzia ONU in termini di budget (più di un miliardo di dollari) e d’effettivi (3600 impiegati), è spessa molto criticata, soprattutto per la sua incapacità di risolvere la piaga della fame.
Nell’attuale contesto, la gestione delle problematiche alimentari e agricole non é certo facile. Nel suo campo d’azione, la FAO deve tenere in conto degli enormi aspetti sociali, ambientali, economici e geopolitici dell’agricoltura.

Le relazioni tra la Svizzera e la FAO hanno conosciuto degli alti e bassi. Come altri Stati, durante il Summit mondiale sulla sicurezza alimentare svoltosi a Roma nel 2009, la Svizzera aveva criticato l’operato della FAO, minacciando persino di trasferire verso la Banca mondiale una parte delle contribuzioni finanziarie versate all’organizzazione (7 milioni all’anno).

La principale critica concerne la mancanza di efficienza di un’organizzazione che, secondo la Svizzera, necessita di una riforma importante nel suo sistema di governance. L’incontro avvenuto nel novembre 2009 tra Doris Leuthard e il direttore generale dell’organizzazione, il senegalese Jacques Diouf, era stato definito come “duro” da Hans Joerg Lehmann, rappresentante svizzero alla FAO.

Da allora, le relazioni tra Svizzera e FAO sembrano essere migliorate. A fine giugno, la Conferenza della FAO ha eletto il suo nuovo direttore generale, il brasiliano José Graziano da Silva. Esprimendo la speranza di continuare con le riforme dell’istituzione, la Svizzera si è felicitata per questa nominazione. In effetti, la Confederazione considera cruciale continuare con le riforme della governance mondiale in materia d’agricoltura e sicurezza alimentare.

Un’agricoltura sostenibile

La Confederazione considera prioritario il rinforzamento delle norme di sostenibilità e la messa in opera “di misure a livello globale destinate a sostenere un’agricoltura sostenibile fondata su una gestione efficiente delle risorse”. Il nostro paese collabora a questa politica attraverso dei programmi come quello lanciato nel 2008 dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC). Il Programma globale Sicurezza alimentare (PGSA), una sezione della DSC, rappresenta la Svizzera presso le istituzioni e i programmi multilaterali nell’ambito dell’agricoltura e della ricerca agraria, con l’obiettivo di assicurare la sicurezza alimentare sul lungo termine. Il PGSA collabora con il settore privato, le istituzioni di ricerca e gli attori della società civile. L’obiettivo è lo sviluppo continuo di un’agricoltura multifunzionale e sostenibile basata sull’impresa familiare.

Iniziative multilaterali

In materia agricola, la Svizzera è molto attiva a livello multilaterale. La Confederazione figura tra i 30 Stati che, il 24 giugno scorso, hanno firmato la carta dell’Alleanza mondiale della ricerca sui gas ad effetto serra in agricoltura, creata nel 2009 a margine della Conferenza sul clima di Copenaghen. Si può anche menzionare l’iniziativa lanciata dalla FAO e sostenuta finanziariamente dalla Svizzera, destinata a mobilizzare il settore dell’alimentazione e dell’agricoltura in favore dell’economia verde (GEA) in previsione della Conferenza dell’ONU sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo l’anno prossimo a Rio de Janeiro (RIO + 20). L’iniziativa intende diminuire l’impatto ecologico della produzione agricola e alimentare, responsabile del 14% delle emissioni di gas a effetto serra. Si intende inoltre valutare gli scenari alternativi di sviluppo e le opzioni politiche per rispondere alle sfide della sicurezza alimentare e dello sviluppo sostenibile.

Un quadro normativo non vincolante

Questo genere di iniziative è certo interessante. Ma, concepite in un quadro normativo internazionale non vincolante, esse non garantiscono dei risultati all’altezza delle intenzioni proclamate. È in questo genere di norme non obbligatorie che si iscrivono per esempio la Convenzione sulla biodiversità biologica e il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche. Al contrario, il quadro normativo dell’OMC prevede delle sanzioni economiche contro quegli Stati che non ne rispettano le norme. Ma l’OMC non si preoccupa del diritto all’alimentazione, diritto che la Svizzera invoca quando si parla di sicurezza alimentare. Ecco perché la nuova direzione della FAO dovrebbe fare in modo che l’organizzazione giochi un ruolo più decisivo nelle decisioni di politica economica e commerciale che hanno un impatto sul sistema alimentare mondiale. La Svizzera potrebbe impegnarsi in modo che il quadro dell’ONU diventi il cuore della governance mondiale, come già preconizzato da Doris Leuthard nell’ultima Assemblea generale.

Il potere dell’industria agroalimentare

La governance della sicurezza alimentare si scontra anche col potere di un’industria agroalimentare, sempre più concentrata e che controlla la produzione, il commercio e la distribuzione dei prodotti agricoli. Come evidenziato da un eccellente documento pubblicato dalla Dichiarazione di Berna, due società svizzere, Syngenta e Nestlé, sono tra gli attori più importanti dell’oligopolio mondiale dell’agroalimentare.

Da una parte quindi la volontà della Svizzera di sviluppare un’agricoltura sostenibile basata sulle imprese famigliari, dall’altra un sistema agroalimentare mondiale controllato da un ristretto numero di attori economici. Come sottolinea il commissario delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, il "disequilibrio di potere" tra le grandi multinazionali e i contadini fa in modo che questi ultimi si trovino in posizione di debolezza quando devono negoziare i prezzi di vendita dei raccolti o d’acquisto dei prodotti.

Delle misure che contengano la concentrazione eccessiva nel settore alimentare e l’abuso di certi attori che beneficiano di una posizione dominante, oltre che la limitazione dell’influenza politica delle multinazionali agroalimentari costituiscono quindi una dimensione essenziale della governance mondiale della sicurezza alimentare.

venerdì 8 luglio 2011

"Le Matin Dimanche", Addax e Pain pour le prochain!

Accaparramento di terre: una battaglia mediatica è in corso tra investitori e ONG






Fabbricare il consenso verso i biocarburanti in un momento in cui essi sono messi in questione per il loro ruolo nell’aumento dei prezzi delle derrate alimentari. Diffondere il pensiero unico di un’impresa la cui immagine è disturbata da recenti rapporti pubblicati dalle ONG e discreditare queste stesse organizzazioni. Come definire altrimenti l’articolo apparso il 19 giugno scorso su le Matin Dimanche?


Soggetto centrale dell’articolo di Elisabeth Eckert, la società ginevrina Addax Bioenergy e il suo progetto di produzione di canna da zucchero in Sierra leone (vedi LoDe). Dalle prime righe si percepisce subito che l’articolo è più simile alla propaganda in favore dell’impresa che a un reportage indipendente e di un’analisi obiettiva del fenomeno dell’accaparramento delle terre e della produzione di biocarburanti.





Ultimamente Addax e i biocarburanti sono al centro dell’attenzione mediatica. Il New York Times ha appena consacrato un articolo a Jean Claude Gandur, questo commerciante svizzero proprietario della società che, dopo essere diventato miliardario grazie al petrolio, scommette ora sui biocarburanti. La produzione di etanolo è molto controversa. Numerosi attori attivi nella lotta contro la fame ritengono che questa produzione è responsabile della drammatica impennata dei prezzi dei prodotti alimentari. Gli argomenti per sollevare qualche dubbio sul progetto di Addax non mancano di certo. La Sierra Leone è un paese che non è autosufficiente dal punto di vista alimentare. Il fatto di produrre 90 000 metri cubi di agrocarburanti per il mercato europeo è per lo meno discutibile. Il commissario speciale dell’ONU per il diritto all’alimentazione ha appena ricordato che l’interconnessione sempre più marcata dei mercati dell’energia e dei mercati agricoli è evidente e pericolosa.



L’articolo del domenicale romando non considera le critiche, malgrado la recente pubblicazione di due studi che mostrano l’impatto negativo sulle popolazioni locali del progetto. Il primo studio, realizzato dall’ONG canadese Oakland Institute, sottolinea i rischi causati dai fondi speculativi e dall’acquisto di terre nei paesi in via di sviluppo. Questo rapporto consacra tre pagine al caso di Addax mettendo l’accento sulla dicotomia tra il discorso dell’impresa e la realtà sul terreno. Un altro rapporto pubblicato il 15 giugno, sostenuto dalla rete sierraleonese per il diritto all’alimentazione (SiLNoRF) e sostenuto anche dalla fondazione svizzera Pain pour le prochain (PPP) giunge alla stessa conclusione: malgrado le promesse (orali) di Addax, le comunità locali sono sempre più confrontate con l’insicurezza alimentare e i soli a beneficiare del progetto sono alcuni membri delle élite locali.



Addax contesta i risultati di quest’ultimo rapporto, giudicato polemico e tendenzioso “scritto con l’obiettivo di creare una risonanza mediatica massimale con lo scopo d’imporre queste ONG come interlocutori indispensabili nel processo di negoziazione già messo in opera da Addax Bioenergy e le popolazioni locali”. È naturalmente il diritto di Addax quello di esprimere il suo punto di vista per bilanciare gli attacchi di cui la società si sente vittima. Addax ha trovato nel Matin Dimanche un buon alleato che, non soltanto ne elogia l’operato e gli sforzi in materia di sviluppo sostenibile, ma attacca ugualmente gli oppositori svizzeri, considerati illegittimi. Il bersaglio principale è PPP e Yvan Maillard Ardenti, responsabile “mercati internazionali, debiti e corruzione” per la fondazione, accusato di aver pilotato lo studio. L’autrice dell’articolo non fa prova di nessuno spirito critico. La critica si rivolge esclusivamente verso gli oppositori , accusati di “conservare i contadini africani nella dipendenza e nella miseria piuttosto che di favorire un sviluppo economico sostenibile”.




Inelegante, l’articolo arriva persino a citare un e-mail privato scritto da Maillard Ardenti a Nikolaï Germann, il direttore del progetto. Possiamo facilmente immaginare la fonte di questo misterioso documento “di cui il Matin Dimanche ha preso conoscenza” e che non aggiunge niente al dibattito. Si tratta di un vero è proprio flak, fuoco contraereo, termine utilizzato dagli specialisti per definire lo sforzo mirato per discreditare le organizzazione e gli individui che sono in disaccordo o manifestano dubbi verso le asserzioni dominanti.



PPP ha inviato una lettera di risposta, relegata in penultima pagina del domenicale del 26 giugno. Una risposta forzatamente sommaria il cui impatto mediatico non può essere comparato all’articolo in questione. La fondazione ha redatto un documento di quattro pagine che rivela e ricontestualizza dodici affermazioni inesatte presenti nell’articolo. Un recente reportage della televisione della Svizzera tedesca in Sierra Leone mostra ugualmente che il progetto di Addax non è cosi performante come il Matin Dimanche e Addax pretendono.


Chiunque è libero di avere la propria opinione sul soggetto. Addax ha sicuramente fatto degli sforzi in termini di comunicazione e nel considerare alcuni aspetti sociali. Ma un giornale che si vuole d’informazione non può limitarsi a presentare dei fatti sulla base delle informazioni fornite da un’impresa e dalla sua agenzia di comunicazione.